PALAZZI POSTALI

 

2025-12-14

 


 

NEGLI ANNI TRENTA VENNERO COSTRUITI A ROMA

ALCUNI PALAZZI POSTALI CHE RESTANO TUTT’OGGI ESEMPI CHIARI DI STILE RAZIONALISTA E PUNTI DI RIFERIMENTO

PER TUTTA LA POPOLAZIONE

 

PALAZZO POSTALE OSTIENSE

La realizzazione di questo ufficio postale di via Marmorata, insieme a quelli di via Taranto, piazza Bologna e viale Mazzini, rientrava nel piano dello sviluppo dell’Urbe che prevedeva il decentramento dei servizi in zone esterne al centro storico. Nel 1932 il concorso per la realizzazione dell’opera, bandito dal Ministero delle Comunicazioni, fu vinto dall’architetto Adalberto Libera. Libera e De Renzi1 presentarono per lo stesso bando di concorso dei progetti anche per gli edifici postali di piazza Bologna, viale Mazzini e via Taranto, due firmate solo da Libera e due firmato solo da De Renzi, in quanto il bando obbligava la firma di un solo progettista.

Questo edificio, inaugurato il 28 ottobre del 1935 su progetto di Adalberto Libera2, è nel tipico stile razionalista. Presenta una soluzione interessante nella pensilina e nel salone per il pubblico, illuminato dall’alto da un tamburo in vetrocemento. “Anche dai dettagli risulta la straordinaria incisività geometrica dell’edificio”, Irene de Guttry, Guida di Roma moderna, De Luca editore, 1978, pag. 47.

Si presenta su un’ampia gradinata, con una rigorosa disposizione simmetrica, basata su rapporti geometrici e sulla sezione aurea. Si articola in tre volumi disposti ad U e adibiti a diverse funzioni. Rivestito di marmo liscio bianco, sul fronte presenta un portico che chiude la corte rettangolare. I terminali presentano un motivo di diagonali incrociate che nascondono le scalinate interne.

 

L’edificio ha una forma squadrata ed elementare in cui l’organismo assume la forma di edificio a corte dimezzata. E’ un volume massivo a forma C, composto da elementi distinti, come se fosse un contenitore comprendente ambienti con funzioni diverse: al pian terreno i servizi postali, ai piani superiori gli uffici, nelle ali laterali le scale”. E’ evidente “l’elemento nuovo, dinamico, emblematico in primo piano nel prospetto principale che affaccia su via Marmorata e dall’altro lato, nella parte retrostante, una forma elementare, astratta, statica, che diventa una caratterizzazione tipizzata aggiunta e di supporto al primo”, da Archidap.

 

Il palazzo si inserisce ai margini del rione Testaccio e dell’Aventino, la zona è segnata dalla presenza di porta San Paolo con la Piramide. Il nome della strada si deve alla presenza dei blocchi di marmo rimasti abbandonati per secoli in quanto era vicino al porto fluviale del periodo imperiale di Roma. Spicca anche, quasi di fronte, la caserma dei Vigili del Fuoco di Vincenzo Fasolo del 1929.

 

 

PALAZZO POSTALE APPIO

Questo edificio di via Taranto è opera dell’arch. Giuseppe Samonà3, anch’esso del 1935, rappresenta un importante testimonianza del movimento razionalista insieme agli uffici postali di via Marmorata e piazza Bologna. In quegli anni era tra i più avanzati d’Italia possedeva un impianto di posta pneumatica e quello per il trasporto e la distribuzione della posta mediante nastri trasportatori e carrelli. E’ caratterizzato da una ampia superficie vetrata che corrisponde al salone per il pubblico e due piani sovrastanti. Sulla sinistra un’altra superficie vetrata occupa il vano delle scale. L’angolo con via Pozzuoli è risolto con una superficie concava. L’esterno dell’edificio è rivestito da lastre di travertino e di granito lucidato di Samolaco (Sondrio) grigio scuro venato.

 

Via Taranto ricalca il percorso dell’antico vicolo dei Canneti, così chiamato per la presenza di tanti canneti lungo il fosso dell’Acqua Mariana dovuto a papa Callisto II (1122), il vicolo proseguiva oltre l’attuale piazza Lodi e confluiva in via del Mandrione. Prima ancora del bianco ufficio postale, che notiamo subito a sinistra, sulla destra, al civico 6 si vede un palazzo nel quale sono ripetute scritte in latino. La più alta recita “Fortier suaviter”, cioè vivere con forza e gradevolmente, sentenza usata da Boezio nel De consolazione philodophiae, ma non insolita anche in testi cristiani, come nel libro della Sapienza 8,1 e nell’invocazione alla Sapienza dell’Antifona I. La lapide a Luigi Selva è posta all’ingresso dello stabile per ricordare il liceale antifascista di soli 16 anni, ucciso dal delatore (Franco Sabelli) che lo aveva convinto a seguirlo verso via Tasso, quando capì il tranello cercò di fuggire ma l’altro gli scaricò contro un intero caricatore della pistola, morì all’ospedale San Giovanni per le ferite riportate.

La prima traversa a sinistra, quella che costeggia l’ufficio postale, è via Pozzuoli, in questa strada, al civico 7 abitava l’attore Nino Manfredi4 bambino nei primi anni Trenta, con la sua famiglia proveniente da Castro dei Volsci (Ciociaria), il padre era nella Pubblica Sicurezza. Nino Manfredi ha mosso i primi passi sul palcoscenico del teatro della chiesa della Natività di via Gallia.

Sulla destra, al civico 36, troviamo il teatro Golden già cinema, poi sala bingo, abbandonato per oltre 12 anni, dal dicembre 2009 trasformato in teatro da 300 posti che propone una programmazione dedicata alla commedia brillante. All’interno è nata la Golden Star Academy un centro di formazione per le discipline dello spettacolo: recitazione, danza, canto e musica con circa 600 iscritti5.

 

 

PALAZZO POSTALE DI PIAZZA BOLOGNA

Opera di Mario Ridolfi6 degli anni 1935-37, insieme agli uffici postali di via Taranto (Appio), via Marmorata (Ostiense) e viale Mazzini (Delle Vittorie), ha costituito un importante momento di verifica del lessico razionalista. L’edificio ha una forma che lo rende subito distinguibile e che lo ha fatto immediatamente diventare un indicatore geografico. Composto di un unico volume sinuoso, presenta una lunga pensilina curvilinea che recupera l’allineamento della piazza.

Lo studio di architettura che vinse il concorso comprendeva Mario Fagiolo, mentre Giuseppe Samonà vinse il concorso per il quartiere Appio, Adalberto Libera e Mario De Renzi per il quartiere Ostiense, Armando Titta per il quartiere Delle Vittorie. L’edificio di Mario Ridolfi si caratterizza per la sua forma libera, sinuosa e senza spigoli si offre al quartiere rifiutando un aspetto monumentale. L’edificio si presenta con un taglio orizzontale sottolineato dalle pensiline del tetto e dell’ingresso. L’assenza di una facciata lo rende surreale. Le porte finestre sono quelle originali, i divisori interni pure. L’interno ha un volto recente, è in stato di abbandono una aiuola con fontanella poiché ad essa è stato addossato un gazebo tipo ufficio o punto di vendita.

 

Ci troviamo in una piazza a impianto stellare come piazza Re di Roma per i quartiere Appio Latino e Tuscolano o piazza Mazzini per il quartiere Della Vittoria. Il giardino al centro di piazza Bologna è stato riqualificato dopo i lavori che hanno portato la metro B (inaugurazione nel 1990). E’ intitolato a Vincenzo Parisi, già capo della Polizia, un monumento a forma di meridiana spezzata ricorda il giudice Giovanni Falcone7 morto nella lotta alla mafia. Nel luglio 2017 è stato inaugurato – in occasione dei 25 anni della strage di via Amelio - un murales dedicato a Falcone e Borsellino, opera dell’artista Goio. Il 9 ottobre 2022 il murale dedicato a Falcone e Borsellino è stato rifatto perché vandalizzato ad opera di ignoti. Oltre a Falcone e Borsellino sono stati ridisegnati i volti di Roberto Antiochia (poliziotto assassinato dalla mafia nel 1985), Rita Atria (testimone di giustizia che tolse la vita a Roma nel 1992 a soli 17 anni dopo la strage di via d’Amelio e la morte di Borsellino) e Peppino Impastato (giornalista e attivista antimafia ucciso a Cinisi nel 1978).

 

 

PALAZZO POSTALE DI VIALE MAZZINI

Opera dell’arch. Armando Titta, del 1933. L’ufficio postale rientra nel concorso nazionale con il quale si diede avvio alla progettazione e realizzazione degli uffici postali di piazza Bologna (Ridolfi), di via Taranto (Giuseppe Samonà), di via Marmorata (Libera e De Renzi). L’edificio a pianta trapezoidale è caratterizzato dalla facciata a curvatura unica e per il rivestimento a cortina in listelli di travertino bianco di Tivoli. Segue sullo stesso lato il palazzo della Corte dei Conti degli stessi anni del precedente.

 

La storia del quartiere si identifica con una zona a destinazione militare. Qui era la piazza d’Armi - ovvero per le esercitazioni militari – questa iniziava subito fuori dalle caserme di viale delle Milizie. La Piazza d'Armi era un vasto quadrilatero in pianura delimitato dagli attuali viali Carso, Angelico, delle Milizie e parte del lungotevere delle Armi. Il suo perimetro misurava m. 3.884 e il tratto di Viale delle Milizie da Viale Angelico al Lungotevere era lungo m. 1.000.

Il piano regolatore del 1908 di Edmondo Sanjust di Teulada (sindaco Nathan) prevedeva la costruzione di case nella ex piazza d’armi. Essendo il terreno di proprietà dello Stato, non vi è stata quella speculazione edilizia che ha colpito altri quartieri romani, valse il principio di fabbricati fino a 24 metri alternati a villini di due o tre piani. Le prime realizzazioni si devono alla Esposizione del 1911 fatta per festeggiare i 50 anni del Regno d’Italia, in quella occasione venne costruito il ponte Risorgimento, gli allacciamenti idrici e fognari e alcuni villini. Ad iniziare le costruzioni fu l’ICP.

Nel 1932 verrà inaugurata piazza Mazzini su progetto di Raffaele De Vico8.

 

 

1 Mario De Renzi. (Roma 1897-1967) Casa ICP in piazza Perin del Vaga, Casa per dipendenti del governatorato in via Andrea Doria, casetta modello alla Garbatella in via delle Sette Chiese nel 1929, casa convenzionata per l'impresa Federici in viale XXI Aprile nel 1937, palazzo delle Poste in via Marmorata con Libera nel 1935, palazzo oggi dell'Archivio di Stato all'Eur nel 1938, palazzina Furmanik al lungotevere Flaminio nel 1942, il quartiere Stella Polare a Ostia nel 1949, il quartiere INA Casa Valco San Paolo con altri nel 1950, il quartiere INA Casa Tuscolano II in via del Quadraro con altri nel 1951.

2 Adalberto Libera. (Villa Lagarina TN 1903 – Roma 1963) Villini in piazzale Magellano a Ostia nel 1932, palazzo Postale in via Marmorata nel 1933, palazzo dei Congressi all'Eur nel 1942, quartiere INA Casa Tuscolano Unità di abitazione orizzontale nel 1951, cinema Airone in via Lidia con Calini e Montuori, il Villaggio Olimpico con altri nel 1960, il quartiere di Casal Palocco con altri nel 1965, il quartiere INCIS di Decima con altri.

La cattedrale di Cristo Re dei Secoli a La Spezia nel 1968 e la villa Malaparte a Capri nel 1938.

3 Giuseppe Samonà. Ingegnere architetto e urbanista (Palermo 1898- Roma 1983). Autore di testi fondamentali per il dibattito architettonico e urbanistico in Italia. Docente a Napoli e direttore dell’Istituto di Architettura a Venezia. Autore dell’Auditorium di via della Conciliazione, palazzo delle Preture unificate a piazzale Clodio, palazzo del Littorio, ponte Marconi, edifici per l’E42, progetto di riedificazione del waterfront di Messina, detto la Palazzata, dopo il terremoto del 1908. Quest’ultima notizia da: Paolo Montanari, Appio Latino Tuscolano, ed. Europa, pag. 54. E’ stato senatore del PCI.

4 Nino Manfredi all’anagrafe Saturnino Manfredi (Castro dei Volsci 1921 – Roma 2004) attore, regista e cantante. Interprete versatile e incisivo, tra i più validi e apprezzati del cinema italiano, nel corso della sua lunga carriera ha alternato ruoli comici e drammatici con notevole efficacia, ottenendo numerosi riconoscimenti. Con Alberto Sordi, Ugo Toganzzi e Vittorio Gassman, Manfredi è considerato uno dei mostri della commedia all’italiana. A questi è accostato Marcello Mastroianni.

5 Teatro Golden. Tutte le notizie da: teatrogolden.it.

6 Mario Ridolfi. (Roma 1904- Marmore 1984) Il palazzo postale di piazza Bologna nel 1933, il palazzo oggi della FAO nel 1938 con altri, intensivo in via Cesare Baronio 32 nel 1942, il quartiere INA Casa Tiburtino con altri, otto case a torre per INA assicurazioni tra viale Etiopia, via Galla e Sidama, via Adua e via Tripolitania con W. Frankl nel 1951-54. La palazzina Mancioli in via Lusitania 29 nel 1953, nel 1966 asilo nido e scuola elementare a Spinaceto. Motel Agip a S

7 Giovanni Falcone. (Palermo 1939 – 1992) magistrato, fu assassinato con la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta nella strage di Capaci per opera di Cosa Nostra. Con Paolo Borsellino è considerato una delle personalità maggiori nella lotta alla mafia.

8 Raffaele De Vico. Penne 1881 – Roma 1969) Parco di Villa Glori nel 1924, giardino di piazza Mazzini nel 1925, monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale al Verano nel 1926, il serbatoio dell'Acqua a Porta Maggiore nel 1927, ingresso di Colle Oppio, serbatoio dell'acqua dello zoo, sistemazione ampliamento dello zoo, parco Nemorense in piazza Crati nel 1930, parco Savello all'Aventino nel 1932, uccelliera dello zoo nel 1935, sistemazione arborea dei giardini del laghetto dell'Eur nel 1960. Anche villa Fiorelli e villa

 

IL MAESTRO ALBERTO MANZI

NEL CENTENARIO DELLA NASCITA RIPERCORRIAMO IL SUO OPERATO NEI LUOGHI IN CUI VISSE E AGI’

7 Dicembre 2025

 

PIAZZA RUGGERO DI SICILIA
SCUOLA FRATELLI BANDIERA

     Questa è la scuola nella quale ha insegnato il maestro Alberto Manzi dal 1950 alla pensione. Era nato a Roma il 3 novembre 1924. E’ noto principalmente per aver condotto negli anni Sessanta la trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi”” che riuscì a far prendere a quasi un milione e mezzo di italiani la licenza elementare e che venne riprodotta all’estero in ben 72 paesi.
     Nasce nel rione Borgo da padre tranviere, nel 1927, in occasione dello smantellamento della Spina di Borgo, la famiglia venne sfrattata e venne loro assegnato un appartamento in piazza Bologna, nel cosiddetto quartiere Sant’Ippolito o Tiburtino II sorto a partire dal 1925 su progetto di Innocenzo Sabbatini  (1) in zona di aperta campagna (la vicina parrocchia di Sant’Ippolito dell’architetto Clemente Busiri Vici è del 1934, il cuore del quartiere ICP è piazza Pontida). Manzi frequenta i Balilla Marinaretti per cui venne iscritto nelle liste di leva della Marina. Nel 1942 si diploma presso l’Istituto Magistrale Carducci di via Asmara. Chiamato ad arruolarsi per la Repubblica di Salò, si rifugia presso i Cavalieri di Malta. Dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944) si arruola nel Battaglione San Marco aggregato all’VIII Armata Britannica. Inizia la professione di maestro all’Istituto di Rieducazione e Pena Aristide Gabelli di Roma, incarico rifiutato da quattro persone prima di lui, in questo lavoro realizza il primo giornale degli istituti di pena “La Tradotta”, quindi viene chiamato come supplente a Campagnano Romano.
     Il 2 dicembre 2025 è stato inaugurato  il “Museo di Scienze Naturali dei Bambini” detto Musiba, all’interno della scuola, il primo museo in Italia fatto dai bambini per i bambini con vere istallazioni, pannelli e strutture esplicative realizzate dai più piccoli con rigore scientifico. Il museo è dedicato al maestro Alberto Manzi che proprio in quegli spazi diede vita negli anni Sessanta a un laboratorio di scienze molto particolare. Un’eredità ripresa dalla maestra Titti Mezzacane oggi in pensione che per trent’anni ha portato avanti lo stesso approccio del maestro. Presente il sindaco e la presidente del municipio Francesca del Bello e la rettrice dell’Università La Sapienza Antonella Polimeni. Nel museo sono confluiti materiali del museo civico di Zoologia, il museo di Scienze della Terra della Sapienza, L’osservatorio Astronomico di Roma, l’Azienda Speciale Palaexpo, ma anche privati, Nella collezione: una zampa di mammut, alberi fossili, uccelli di milioni di anni fa. Un dinosauro a grandezza naturale realizzato dai bambini.

     I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera furono due patrioti italiani, mazziniani, giustiziati per fucilazione nel Vallone di Rovito, presso Cosenza nel 1844, dopo un fallito tentativo di sollevare le popolazioni calabresi contro il regime borbonico di Ferdinando II. Ruggero di Sicilia, detto anche Ruggero il Normanno, fu re di Sicilia, Puglia e Calabria negli anni 1105-1154.
     


VIA GIUSEPPE GALLIANO
CASAL BERTONE

     Nel 1948 il maestro Manzi sposa Ida Renzi, sua collega, in via Giuseppe Galliano n. 2 fu la sua abitazione; insieme ebbero quattro figli: Alda, Massimo, Roberta e Flavia. Negli anni Ottanta divorziò e sposò Sonia Boni con la quale ebbe una figlia Giulia. Con loro si trasferì a Pitigliano dove fu eletto sindaco.
     Nel 1948 il maestro Manzi ottiene il Premio Collodi per il romanzo per ragazzi “Grogh, storia di un castoro”, pubblicato da Bompiani, con riduzione radiofonica nel 1953. Collabora con la casa editrice AVE, ma soprattutto collabora con Gianni Rodari (2) e Jacovitti alla rivista “Il Vittorioso”. Nel 1950 prende servizio nella scuola Fratelli Bandiera. Nel 1955 si reca in Perù e collabora con il cugino a programmi di scolarizzazione. Nel 1960 viene scelto dalla Rai per il programma “Non è mai troppo tardi”.

VIA TEULADA STUDI RAI
     Il programma “Non è mai troppo tardi” prende il via il 15 novembre, concepito come strumento di ausilio nella lotta all’analfabetismo. Ebbe grande successo, lo rese famoso, riproduceva una lezione della scuola elementare ma con moderne metodologie. Al provino strappò il copione e improvvisò. Andò in onda per otto anni, venne utilizzata per le scuole serali. Utilizzava grandi fogli di carta su cavalletto, disegnava sul momento immagini accattivanti. Dopo questa trasmissione comparve in alcuni programmi televisivi. Partecipò a campagne di alfabetizzazione degli italiani all’estero e fece viaggi in America Latina sempre con lo scopo di promozione scolastica. Quando venne introdotta la valutazione, al posto del voto numerico si rifiutò. Propose un timbro per tutti: “Fa quel che può, quel che non può non fa”. Nel 1992 tornò alla Rai nel programma “L’italiano per gli extracomunitari”, 60 puntate su Rai3 per insegnare la lingua italiana agli immigrati. 
     Dal 1995 al 1997 fu sindaco di Pitigliano dove si era trasferito con la seconda moglie.

     L’enorme archivio di Alberto Manzi è stato donato dalla vedova all’Università di Bologna, dipartimento Scienze dell’Educazione, oggi è a disposizione di tutti presso la sede della Regione Emilia e Romagna. 
     La Rai ha prodotto una miniserie televisiva in due puntate dal titolo “Non è mai troppo tardi”, interpretato da Claudio Santamaria, il telefilm è andato in onda su Rai1 il 24 e 25 febbraio 2014.Diverse scuole gli sono intitolate (in via del Pigneto), un francobollo nel centenario della nascita.



Il maestro Alberto Manzi  durante la trasmissione tv
“Non è mai troppo tardi”.

BIBLIOGRAFIA
Centroalbertomanzi.it
Partecipazione.regione.emiliaeromagna.it
Invalsiopen.it
Maremosso.lafeltrinelli.it
Treccani.it alla voce Alberto Manzi.

 

1 Innocenzo Sabbatini (Osimo 1891-Roma1984) Case alla Garbatella in piazza Brin nel 1920, il Cinema Garbatella oggi teatro Palladium nel 1927, La casa dei bambini in via di Lauria nel 1924, quartiere ICP via Andrea Doria con il cinema Doria, casa ICP in via della Lega Lombarda, gli alberghi suburbani alla Garbatella, le case ICP in via Oslavia e in via Marmorata tra il 1927 e il 1930. E' stato presidente dell'Icp dal 1925 al 1931. Ha progettato il Palazzo Pubblico sulla piazza di Montesacro. Case Icp piazza Lugo (via Taranto). Da De Guttry che scrive: “ L’architetto dell’Istituto Case Popolari non si arrende ai principi brutali del massimo sfruttamento dei volumi e continua nel tempo la sua ricerca di qualificazione dell’edificio nel contesto urbano”.

2 Gianni Rodari (Omegna 1920 – Roma 1980)scrittore, pedagogista, giornalista e poeta italiano. Scrittore famoso per fantasia e originalità, attraverso racconti, filastrocche e poesie, divenute in molti casi classici per ragazzi, ha contribuito a rinnovare profondamente la letteratura per ragazzi. Tra le sue opere maggiori si ricordano: Filastrocche in cielo e in terra, I libro degli errori, Favole al telefono, Il gioco dei quattro cantoni, C’era due volte i lbarone Lamberto. E’ l’unico scrittore italiano ad aver vinto il premio Andersen nel 1970.
 

Dove abitavano?
Le residenze dei gerarchi fascisti a Roma
26 ottobre 2025


Itinerario:Villa Torlonia+ Por ta S. Sebastiano + Piazzale Numa Pompilio - 15,3KM

https://maps.app.goo.gl/ihUMp2tUcvFWC7am9

1 - Edda e Galeazzo Ciano - via Angelo Secchi 9

La palazzina in via Angelo Secchi 9, costruita nel 1929, è stata resa famosa dal fatto che qui
comprò un appartamento all’ultimo piano, attico e superattico, Benito Mussolini per Edda
Ciano e il marito Galeazzo Ciano, nel 1933, anno in cui nacque la secondogenita Raimonda,
che proprio nel palazzo di via Angelo Secchi venne alla luce.
La palazzina fu costruita per Filippo Virgili nel 1929 dall’ing. Pietro Aschieri, ed è caratterizzata
da lastre che bordano le aperture prospetticamente “slittate” rispetto al piano
dell’edificio. All’attico e al superattico di questa palazzina nel 1933 verrà ad abitare Edda

Mussolini e Galeazzo Ciano, Da qui ogni domenica la famiglia Ciano si recava a Villa Torlonia a
pranzo dal Duce. E qui, la sera, i coniugi tenevano i loro ricevimenti, culminanti in lunghissime
partite a poker.
Edda continuò ad abitarvi anche dopo la guerra e la drammatica fine di Ciano, fucilato a Verona
nel 1944, concedendosi brevi passeggiate nel quartiere. Per tutti gli anni Cinquanta la figlia
del Duce, tornata dall’esilio di Lipari, si divise tra questo grande appartamento e la villa a Capri,
facendo una vita molto riservata. Alla fine degli anni Settanta, per esigenze economiche, Edda
si trasferì in un piccolo appartamento a via Paolo Frisi 38, sempre nel quartiere Pinciano, dove
visse fino alla sua scomparsa nel 1995.
Una curiosità: in questa via, prima della Seconda guerra mondiale, abitavano tre belle ragazze,
figlie di un commerciante affermato che, partendo da un negozio in via del Plebiscito, aveva
aperto per Roma diversi negozi di gomma ed altri materiali “moderni”. Erano le sorelle Tortima,
eredi dei negozi “Sorelle Adamoli”. Il primo negozio delle Sorelle Adamoli (erano tre) venne
aperto a Roma nel 1886, in piazza Venezia. Rilevato nel 1901 dal nipote Pietro Tortima, fu
spostato in via del Plebiscito 107, nel Palazzo Doria dove è stato aperto fino agli anni 2010.


2 - Pausa Caffè – Piazza Ungheria 7 – Caffè Hungaria


3 - Mussolini – Villa Torlonia

 

Negli anni 1920, Giovanni Torlonia concesse la residenza ufficiale a Benito Mussolini. Mussolini
con la sua famiglia si trasferì al Casino Nobile, mentre il principe si trasferì alla Casina delle
Civette.
Benito Mussolini visse a Villa Torlonia a Roma dal 22 luglio 1925 al 25 luglio 1943, periodo
durante il quale la villa divenne la sua residenza ufficiale e familiare. La villa gli fu concessa dal
principe Giovanni Torlonia Jr. per un affitto simbolico di una lira all'anno.
Mussolini e la sua famiglia risiedevano nel Casino Nobile, mantenendo in gran parte
l'arredamento originale. Mussolini dormiva nella stanza del principe al primo piano, mentre la
moglie Rachele occupava la stanza opposta; i figli e il personale abitavano al terzo piano. Lo
studio del Duce era adiacente alla sua camera da letto. I salottini al piano terra venivano
utilizzati per attività di studio e per ricevere ospiti, sebbene raramente venissero ospitate
personalità di rilievo, poiché Mussolini preferiva mantenere una certa riservatezza nella sua
abitazione.

La sala da ballo della villa fu utilizzata per proiezioni cinematografiche private e occasionali
ricevimenti. Un evento degno di nota fu la visita di Mahatma Gandhi nel 1930, durante la quale
partecipò a un ricevimento nella sala da ballo della villa.
Villa Torlonia fu comunque protagonista delle celebrazioni per il matrimonio di Edda con
Galeazzo Ciano: la villa ospitò un ricevimento il giorno 23 aprile 1930, alla vigilia delle nozze
che furono poi celebrate nella chiesa di San Giuseppe in via Nomentana. Molte foto d’archivio
ritraggono gli sposi e i familiari attorno alla villa — sotto il portico, su terrazze o all’interno delle
sale — subito dopo o prima della cerimonia.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Mussolini fece costruire due bunker antiaerei per
proteggere la famiglia dai bombardamenti. Il primo bunker fu realizzato nel seminterrato della
villa, con muri in cemento armato spessi 120 cm. Successivamente, fu iniziata la costruzione
di un secondo bunker a 6,5 metri di profondità, con muri spessi circa quattro metri, progettato
per resistere a bombardamenti e attacchi chimici. Tuttavia, questo secondo bunker non fu mai
completato.
Durante il conflitto, Donna Rachele promosse la coltivazione di orti di guerra all'interno della
villa, piantando patate, insalata, viti e granoturco. Furono inoltre installati un pollaio, un porcile
e una stalla per conigli presso le Scuderie Vecchie, con l'obiettivo di contribuire
all'autosufficienza alimentare della famiglia.
Dopo la caduta del regime fascista il 25 luglio 1943, la famiglia Mussolini lasciò la villa. Dal
1944 al 1947, la proprietà fu occupata dal comando alleato anglo-americano.
Successivamente, la villa fu acquistata dal Comune di Roma nel 1977 e trasformata in parco
pubblico, con restauri iniziati negli anni '90.
 



4 - Ettore Muti - Porta San Sebastiano

 


Porta San Sebastiano, originariamente nota come Porta Appia, è una delle più grandi e meglio
conservate porte delle Mura Aureliane di Roma.
Tra il 1940 e il 1943, l'architetto Luigi Moretti fu incaricato di trasformare gli ambienti interni
della porta in una residenza privata per Ettore Muti, allora segretario del Partito Fascista.
Moretti progettò un appartamento che combinava elementi storici con esigenze moderne,
creando spazi abitativi all'interno delle antiche strutture difensive. L'intervento mirava a
fondere l'architettura storica con le necessità abitative contemporanee, riflettendo l'ideologia
del regime che cercava di legare il presente al glorioso passato romano.
La ristrutturazione di Porta San Sebastiano a Roma da parte dell'architetto Luigi Moretti tra il
1940 e il 1943 è un esempio significativo di come il regime fascista cercasse di integrare
elementi storici dell'antichità romana con la modernità e le esigenze simboliche del regime.

L'intervento di Moretti rappresenta un momento unico nell'architettura del periodo fascista,
che rifletteva la propaganda del regime nel richiamarsi al passato glorioso di Roma.
Luigi Moretti, uno degli architetti più brillanti e innovativi del periodo, fu incaricato di
ristrutturare Porta San Sebastiano per renderla una residenza funzionale, ma anche
rappresentativa dell'ideologia fascista. L'intervento di Moretti si sviluppò in diverse fasi:
Trasformazione Interna:
Funzionalità abitativa: Moretti adattò gli spazi interni, originariamente concepiti per scopi
difensivi, per creare ambienti confortevoli e moderni. Ciò comportò l'inserimento di elementi
funzionali come scale, stanze e arredi.
Stile razionalista: Nonostante la presenza di mura antiche, Moretti mantenne uno stile
razionalista, integrando linee essenziali e materiali moderni che si adattassero
armoniosamente alla struttura originaria.
Decorazioni: L'interno della porta fu arricchito con elementi decorativi ispirati alla romanità,
come mosaici, bassorilievi e motivi geometrici che richiamavano l’architettura classica.
Valorizzazione storica: Moretti conservò le caratteristiche originarie della porta, come gli archi
e i bastioni, enfatizzandone la monumentalità.
Interventi simbolici: Aggiunse dettagli che celebravano l’ideologia fascista, come fasci littori
stilizzati e altri simboli di potere.
La torre di Porta San Sebastiano fu trasformata in un ambiente abitabile, con una scala interna
che collegava i diversi piani e una terrazza panoramica da cui era possibile dominare la vista
sulle Mura Aureliane e sull’Appia Antica.
Materiali: Moretti utilizzò materiali semplici e funzionali, come il marmo e il travertino,
combinati con elementi originali della struttura romana.
Illuminazione: Gli ambienti furono progettati per sfruttare al massimo la luce naturale,
attraverso aperture strategiche che rispettavano la struttura originaria delle mura.
Arredi: Gli arredi interni erano minimalisti, coerenti con lo stile razionalista, ma arricchiti con
dettagli che richiamavano il fascino dell'antichità romana.
Dopo l'armistizio dell’8 settembre 1943, la residenza di Ettore Muti fu saccheggiata, e molti
degli interventi interni andarono perduti.
Successivamente, Porta San Sebastiano è stata restaurata e oggi ospita il Museo delle Mura,
offrendo ai visitatori un itinerario sulle fasi costruttive delle mura di Roma, arricchito da plastici,
calchi e pannelli tattili. La visita comprende anche una suggestiva passeggiata sul tratto di
camminamento che si dirige verso la via Cristoforo Colombo
Chi era Ettore Muti

Ettore Muti (1902–1944) è stato uno dei principali esponenti del fascismo italiano e una figura
di grande rilevanza durante il periodo del regime di Benito Mussolini. La sua carriera politica e
la sua vita sono state segnate da un forte impegno nel movimento fascista, che lo portò a
ricoprire ruoli di grande responsabilità e a diventare uno dei gerarchi più noti del regime.
Tuttavia, la sua figura è anche legata a numerose controversie, sia per il suo estremismo
ideologico che per la sua morte violenta.
Giovinezza e Inizio della Carriera Politica
Ettore Muti nacque il 10 luglio 1902 a Cesena, in Emilia-Romagna, da una famiglia borghese.
Dopo aver studiato giurisprudenza all'università, decise di dedicarsi alla politica. Si avvicinò al
fascismo fin da giovane, attratto dalle sue idee di nazionalismo e dalla retorica della
"rivoluzione fascista", che voleva restaurare la grandezza di Roma.
Negli anni '20, si unì ai Fasci di Combattimento, l'organizzazione politica fondata da Benito
Mussolini, che sarebbe poi diventata il Partito Nazionale Fascista. Fu subito notato per il suo
carisma e la sua determinazione, che gli permisero di acquisire una posizione di rilievo
all'interno del movimento fascista.
Ruolo nel Partito Fascista
Muti divenne uno dei più importanti e fedeli sostenitori di Mussolini, guadagnandosi la fiducia
del Duce per la sua lealtà e la sua capacità di mobilitare le masse. Durante gli anni '30, Muti
continuò a scalare la gerarchia del Partito Fascista, diventando una delle figure più influenti del
regime. Fu nominato segretario del Partito Fascista in Emilia-Romagna e in seguito ricoprì vari
incarichi di prestigio, tra cui quello di capo della milizia fascista.
Muti si distinse per il suo approccio radicale al fascismo, sostenendo una linea dura e
autoritaria. Non esitava a reprimere con violenza chiunque si opponesse al regime, e la sua
figura venne associata a un fascismo intransigente e implacabile. Era noto per la sua ambizione
e la sua determinazione nel far prevalere la disciplina fascista.
Ruolo nella Seconda Guerra Mondiale
Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, Muti mantenne un forte sostegno alla
politica bellica di Mussolini, appoggiando l'alleanza con la Germania nazista e le decisioni del
regime. Durante la guerra, il suo ruolo fu principalmente politico e di controllo, poiché Muti non
partecipò direttamente alle operazioni militari, ma continuò a occuparsi della gestione del
partito e della milizia.
Nel 1943, in seguito al crollo del regime fascista, Muti rimase una figura di riferimento per l'ala
più estremista del fascismo. Quando Mussolini fu arrestato dopo l'armistizio dell'8 settembre
1943, Muti aderì alla Repubblica Sociale Italiana (RSI), il governo fascista istituito nel nord Italia
dai nazisti, continuando a lottare per il ritorno al potere di Mussolini.
Ultimi Anni e Morte

La fine di Muti giunse il 4 gennaio 1944, quando fu arrestato dai partigiani italiani nei pressi di
Vimercate, vicino Milano, e giustiziato sommariamente. La sua morte fu violenta e simbolica:
fu ucciso come uno dei "gerarchi" più fedeli e intransigenti del fascismo, che non era riuscito a
prevenire il crollo del regime.
La sua figura è rimasta quella di un fervente sostenitore della causa fascista e di un uomo
pronto a sacrificare ogni valore per il regime. La sua morte rappresentò la fine simbolica di
un’epoca e la conclusione tragica del suo impegno nell’idea fascista.
Eredità e Controversie
Ettore Muti è ricordato come uno dei gerarchi più radicali e fedeli al fascismo. La sua vita e la
sua carriera sono segnate da un impegno assoluto per la causa del regime e dalla sua violenza
verso chiunque si opponesse al suo progetto politico. La sua figura è stata oggetto di critiche e
di riflessioni da parte di storici e politici, che ne hanno messo in evidenza l'ideologia estremista
e la sua fedeltà cieca a Mussolini.
Oggi, Muti è una figura simbolica del fascismo più duro, spesso ricordato per la sua
intransigenza e la sua tragica fine.



5 - Dino Grandi – piazzale Numa Pompilio



In principio fu del gerarca bolognese Dino Grandi, l’uomo che con l’omonimo ordine del giorno,
portò alla destituzione di Mussolini, il 25 luglio 1943. Poi, nel 1958, divenne la villa di Alberto
Sordi, fino alla morte, nel 2003. Oggi l’Albertone nazionale, ultimo simbolo di una romanità che
non esiste più, avrebbe compiuto 100 anni. Nato il 15 giugno del 1920 a Trastevere, una vera
maschera italiana e, soprattutto romana.
La villa che dal 1958 al 2003 fu l’abitazione di Sordi, era stata costruita nel 1932 da Clemente
Busiri Vici, appartenente a una dinastia di architetti e urbanisti, per Alessandro Chiavolini,
segretario particolare del Duce, anche se la leggenda narra che il proprietario fosse un altro
gerarca fascista, decisamente più noto, Grandi
L’abitazione di via Druso, che domina le terme di Caracalla, ben visibile da Piazza Numa
Pompilio, fu realizzata seguendo uno stile eccentrico e tradizionale al tempo stesso. Nella villa,
oggi divenuta Museo, Sordi si era fatto costruire oltre che una piccola sala di proiezioni, anche
una barberia.
Chi era Alessandro Chiavolini
Laureato in giurisprudenza, nel 1910 iniziò a lavorare come giornalista per alcune pubblicazioni
minori, tra le quali La Lombardia e L'Oceano, da lui stesso fondato nel 1912.[1] Nel 1914 divenne
cronista del Popolo d'Italia, dove lavorò fino al 1937, alternando all'attività giornalistica quella

di autore di fiabe scritte a quattro mani con l'allora compagna Mura,[2] autore di commedie
teatrali, e traduttore.[1]
Ottenuta la fiducia di Benito Mussolini per le sue doti di riservatezza, nel 1921 ne divenne
segretario particolare, e con la sua salita al potere diventò anche segretario particolare del
gabinetto della presidenza del consiglio dei ministri. Ebbe un ruolo discreto ma centrale di
filtro, organizzazione e mediazione nell'agenda politica di Mussolini.[1]
Tra il gennaio e il dicembre 1929 fece parte del Gran Consiglio del Fascismo. Nel 1934
abbandonò la segreteria del gabinetto, e si trasferì in Libia, dove anni prima aveva ottenuto la
concessione di un largo appezzamento di terra, che con impegno bonificò e trasformò in una
proficua azienda agricola.[1] Nel 1938 vendette l'azienda all'Istituto nazionale fascista di
previdenza sociale e rientrò in Italia, dove fu consigliere di amministrazione di importanti
società e dove fu nominato Ministro di Stato nel dicembre 1939.[1][3]
Nel dopoguerra fu arrestato e processato per i suoi legami con il fascismo. Condannato a 14
anni di carcere, ne scontò soltanto uno prima di essere amnistiato dalla Legge Togliatti. Da
allora uscì di scena, ritirandosi da ogni attività pubblica.[1]
Chi era Dino Grandi
Nato a Mordano nel 1895 da una benestante famiglia romagnola, Dino Grandi è passato alla
storia per la presentazione dell'omonimo ordine del giorno al Gran consiglio del fascismo del
25 luglio 1943 che portò alla destituzione di Benito Mussolini. Dopo aver frequentato la facoltà
di giurisprudenza all'Università di Bologna, si appassionò sin da giovane alla politica nazionale.
Prima degli anni Venti del Novecento cominciò a seguire proprio Mussolini.
Si iscrisse al Fascio di combattimento di Bologna, dove assunse in breve tempo un ruolo di
primo piano. Gli fu affidata la direzione del settimanale "L'Assalto", l'organo del movimento, e
fu eletto nel direttorio. Poi, nel 1921 fu eletto segretario regionale. Ma il suo ingresso nella
leadership fascista era ancora in fase embrionale.
Grandi fu sottosegretario all'Interno tra 1924 e il 1925 e agli Esteri dal 1925 al 1929, con
Mussolini ministro ad interim, e ministro degli Esteri dal 1929 al 1932, quando lasciò il suo
incarico a capo del ministero per andare nel mese di luglio a Londra, dove rimase come
ambasciatore d'Italia nel Regno Unito fino al 1939. Sempre nel 1939 fu ministro della Giustizia.
Poi con la morte nel giugno 1939 del presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni,
Costanzo Ciano, si dovette trovare un successore. E la scelta ricadde su Grandi, che il 30
novembre 1939 assunse l'incarico, mantenendo anche quello di Guardasigilli fino al febbraio
1943.
Dino Grandi fu l'autore dell'ordine del giorno presentato alla riunione del Gran consiglio del
fascismo del 24-25 luglio 1943 al termine della quale Benito Mussolini fu messo in minoranza.
Il che provocò la fine del fascismo. A renderlo possibile furono una serie di mosse strategiche
volute dallo stesso Grandi e dal Re Vittorio Emanuele III. Grandi era profondamente convinto
che gli sbagli di Mussolini avevano posto in pregiudizio la sopravvivenza stessa del fascismo e
per questo bisognava fare qualcosa.
La votazione sull’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che prevedeva la sfiducia a
Mussolini, avvenne alle 2:30 del 25 luglio: 19 votarono a favore, 7 furono contrari, uno si
astenne.
Per aver voluto e sostenuto la mozione del 25 luglio, egli nel 1944 fu condannato a
morte in contumacia da un tribunale fascista della Repubblica Sociale Italiana, assieme ad
altri autorevoli personaggi del passato regime fascista, durante quello che è noto come
il processo di Verona.
Ad agosto del 1943 fu inviato in Spagna con l'incarico di stabilire un primo contatto con gli
Alleati, ma il suo tentativo fu inutile, perché meno di un mese dopo, l'8 settembre 1943, l'Italia
si arrese senza condizioni. L'allora presidente Usa Franklin Delano Roosevelt decise però di
porre il veto alla sua candidatura a nuovi incarichi di governo segnò la fine della sua carriera
politica.
Nel 1943 si trasferì dalla Spagna al Portogallo, ove risiedette sino al 1948. Processato nel 1947
in quanto ex gerarca fascista, Grandi venne assolto dall'accusa di coinvolgimento in attività
criminose.
Gli anni quaranta furono duri: in Portogallo diede delle ripetizioni di latino, mentre la moglie
lavorò come modista per sopravvivere. La fortuna ritornò negli anni cinquanta, quando ebbe
incarichi di rappresentanza per la FIAT. Nello stesso periodo fu consulente assiduo delle
autorità statunitensi, in particolare dell'ambasciatrice a Roma, Clare Boothe Luce. Grandi servì
spesso da intermediario in operazioni politiche e industriali tra Italia e Stati Uniti. Si trasferì
quindi in America Latina, ove visse soprattutto in Brasile, divenendo proprietario di una tenuta
agricola.
Il rientro definitivo in Italia avvenne negli anni sessanta: Grandi aprì una fattoria modello nella
campagna di Modena, ad Albareto. In Italia stabilì un ventennale rapporto intellettuale con il
più importante storico del fascismo, Renzo De Felice. Infine prese casa a Bologna nel centro
storico, dove morì nel 1988 poco prima di compiere 93 anni, tre anni dopo la pubblicazione
della sua autobiografia politica “Il mio paese”.
È sepolto nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna.

 



I Busiri Vici

Dodici generazioni di architetti che hanno lasciato un’impronta a Roma e… non solo

2 Novembre 2025


 

Cenni storici sulla famiglia

I Busiri Vici sono una famiglia italo-francese nata dall’unione dei Vici di Arcevia nelle Marche con i Beausire di Parigi: una dinastia di architetti che a tutt’oggi raggiunge la dodicesima generazione.

Nella famiglia Vici menzioniamo Girolamo Vici (1619-1682), Andrea Vici (1659-1731), Arcangelo Vici (1698-1762), Andrea Vici senior (1743-1817): primo architetto della Fabbrica di San Pietro e “Principe dell’Accademia di San Luca”, allievo di Luigi Vanvitelli con cui collaborò per i disegni della Reggia di Caserta. Per l’ideazione e la realizzazione del canale Pio o canale Vici della cascata delle Marmore fu nominato “Primo Ingegnere della Congregazione delle Acque”. Da notare che già in epoca remota erano stati realizzati canali per far defluire le acque stagnanti del fiume Velino ed impedirne le piene che minacciavano Terni: il canale detto Cavo Curiano del 271 a.C. del console romano Mario Curio Dentato, il canale Reatino o Gregoriano del 1422, la Cava Paolina del 1545 realizzata da Antonio da Sangallo il giovane su commissione di Paolo III Farnese, la Cava Clementina del 1598 realizzata da Giovanni Fontana sotto Clemente VIII, infine la commissione ad Andrea Vici da parte di Pio VI Braschi che risolse definitivamente il problema. Sue opere sono presenti nel Lazio, Campania, Marche ed Umbria. Andrea Vici è sepolto in Santa Maria in Vallicella.

Il figlio Francesco non ebbe discendenza. La figlia Barbara sposò Cesare Busiri dando vita alla famiglia Busiri Vici. Gia nel XVII e XVIII secolo Jean Beausire (1651-1743) era “Architetto della Città di Parigi”, Mastro Consigliere del re per la costruzione di edifici, strade e ponti di Francia, membro della Accademia Reale di Architettura. Suo figlio Jean-Baptiste Beausire (1693-1764) fu anche egli architetto. I suoi discendenti in Italia assunsero il cognome di Busiri.

Andrea Busiri Vici (1818-1911) figlio di Barbara Vici e Giulio Cesare Busiri. Le sue esperienze stilistiche variano dal neoclassico al neorinascimentale al neogotico detto stile umbertino. Fu per più di 40 anni architetto della famiglia Doria. Anche lui “Primo Architetto della Fabbrica di San Pietro”, sotto Pio IX e Leone XIII realizzò importanti interventi a Roma: sistemazione del quartiere Mastai a Trastevere, l’arco di trionfo a Villa Doria Pamphilii dove, prima dei moti del 1849, c’era il Casino dei Quattro Venti, Palazzo della Dataria Apostolica. Fu anche architetto della Sacra Congregazione di Propaganda Fide e restaurò molte opere sacre.

Suo figlio Carlo Maria Busiri Vici (1856-1925) realizzò anche egli molte opere a Roma.

Prima tappa

Palazzo Giorgioli a Via Cavour. E’ un esempio di edilizia proto-umbertina, destinato a piano terra a locali commerciali e ai piani superiori ad abitazioni, con prospetto con grandi colonne e cemento su Via Cavour, con lapide in memoria della seicentesca Via Zonca sull’angolo e la modesta facciata, invece, verso la via di Santa Maria Maggiore. Da menzionare che il tracciamento di Via Cavour negli anni 1883-85 per collegare la stazione Termini con i Fori Imperiali fu occasione di grandi operazioni edilizie ed immobiliari. Via Cavour, infatti, costituì un enorme terrapieno per livellare un valle ripida e slivellata: l’antica Suburra.

Seconda tappa

Chiesa di San Giuseppe a Via Nomentana (1904-05). Fu sede nel 1930 del matrimonio tra Edda Mussolini e Galeazzo Ciano, testimone il Principe Torlonia ed il segretario di Stato Dino Grandi. L’architettura è neoromanica. L’interno a tre navate ha un’abside decorata in stile cosmatesco, la chiesa nel suo insieme risulta molto armonica.

Altre importanti opere di Carlo Maria Busiri Vici sono il Palace Hotel a Via Veneto, il palazzo Busiri Vici, già Pallavicini e già Villa Grotta Pallotta in via Pinciana, Villa Taverna a Viale Rossini sede dell’ambasciatore USA, Villa Elia in Via San Valentino 9 sede dell’Ambasciata del Portogallo presso la Santa Sede.

Carlo Maria Busiri Vici ebbe tre figli: Clemente (1877-1965), Michele (1894-1981), Andrea (1903-1989).


 


 


 

Terza tappa

Chiesa di San Roberto Bellarmino a Piazza Ungheria realizzata da Clemente Busiri Vici tra il 1931 e il 33. Ha uno stile razionalista, aspetto imponente con il motivo dell’ottagono che si ripete. San Roberto Bellarmino, eminente telogo ed esponente di spicco della Controriforma, fu proclamato santo nel 1931 da Pio XI. Le vetrate sulla facciata ed all’interno sono di forma ottagonale e disegnate da Alessandra Busiri Vici moglie di Andrea.

Clemente Busiri Vici realizza oltre trecento lavori nella sua carriera. Cito solo l’Ambasciata d’Italia a Londra, l’Istituto Luce nel Municipio VII, la Chiesa di Sant’Ippolito, la chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio a Piazza di Villa Fiorelli, la chiesa di San Saturnino presso Piazza Verbano, edificio di via Paisiello 41 sua abitazione e studio con targa dedicatoria sul muro esterno, Villa Giorgina a via Po, sede della Nunziatura Apostolica in Italia, Villa Badoglio in Via Bruxelles 56 ora sede dell’Ambasciata cinese, villa Sordi a via Druso, villa Lubin a villa Borghese sede del CNEL.

Quarta tappa

Edificio di Via Bruxelles 41 opera di Andrea Busiri Vici. La lunga carriera di Andrea è legata alla assidua collaborazione con i fratelli maggiori Clemente e Michele. Andrea sposò nel 1930 la scrittrice, pittrice e scultrice Alexandra Olsufieff nota come Assia, scappata dalla Russia con la famiglia a seguito della Rivoluzione bolscevica del 1919. Si stabilì a Firenze, tra l’altro sua città natale, iniziando un faticoso percorso per inserirsi nella buona società italiana. Andrea ed Assia ebbero quattro figli: Barbara, Paolo, Cristina e Antonio. Cristina sposò Francesco Jatta ed ebbero tre figlie: Barbara direttrice dei Musei Vaticani, Fabiola restauratrice e Alessandra scrittrice. Quest’ultima è l’autrice di un libro avvincente “L’apolide” in cui narra con toni appassionati le vicende drammatiche della famiglia Olsufieff, dalla fuga dalla Russia all’approdo in Italia a Firenze.

Andrea si occupò prevalentemente di case private e linee di arredo.

In via Aurora 19 si trova una targa che recita: “In questa casa, già di famiglia, visse e operò fino al 1989 Andrea Busiri d’Arcevia architetto e scrittore nobile romano”.

Nella quarta tappa passiamo davanti all’ex Villa Badoglio, via Bruxelles 56, opera di Clemente Busiri Vici, ora sede dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese. Lo stile è razionalista. Era la villa da donare al “Conquistatore dell’Etiopia” Pietro Badoglio. Sul frontone una scritta: “Oggi 6 maggio 1936 sono entrato in Addis Abeba”. Nella notte del 7 settembre 1943 Badoglio incontra il generale americano Maxell Tylor per definire gli ultimi dettagli dell’armistizio.

Quinta tappa

Si passa davanti a Villa Giorgina a via Po, già proprietà di Isaia Levi, ricco industriale torinese che incaricò Clemente Busiri Vici di edificare una grandiosa villa da dedicare alla memoria della figlia Giorgina morta diciottenne di leucemia. La villa passò in eredità a Pio XII nel 1949 per riconoscenza all’aiuto ricevuto durante le persecuzioni razziali nel 43-44. Nel 1959 Giovanni XXIII spostò qui gli uffici della Nunziatura Apostolica in Italia. Lo stile è neoclassico. All’interno furono girate le riprese del film “Gli indifferenti” del 1964 diretto da Francesco Maselli con Claudia Cardinale e Rod Steiger, dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia che abitava di fronte alla villa.

Si arriva a Via Pinciana 13-15 dove finisce Villa Borghese e comincia la zona detta “quartiere dei musicisti”. Siamo di fronte al casino nobile dell’antica Villa di Grotta Pallotta ristrutturato ed ampliato da Carlo Busiri Vici. Una scritta ricorda tale ristrutturazione del 1914. La storia dell’edificio è molto antica: qui alloggiarono vari cardinali, principi e illustri viaggiatori del Gran Tour. Da piante seicentesche risulta presente un casino di vigna considerato opera minore del Vignola. Ai primi del ‘700 risulta di proprietà del cardinale Giovanni Battista Pallotta che diede il nome a tutta la zona. Il villino passò poi ai Pallavicini che nel 1910 la cedettero al Comune di Roma. Nel 1912 la villa fu notata dall’ architetto Carlo Maria Busiri Vici che ne ottenne la cessione dal comune previo impegno al suo restauro e conservazione. Nel 1917 Carlo vendette la villa alla Marchesa Cavalletti Giordano Apostoli. Oggi la villa è di proprietà della famiglia Brachetti-Peretti.

 


CNOS-FAP

CENTRO NAZIONALE OPERE SALESIANE FORMAZIONE

AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE

Il Centro di Formazione Professionale Pio XI dei Salesiani di don Bosco a Roma è uno dei luoghi nazionali e internazionali più importanti di studio e di formazione dei giovani al lavoro e al sano e giusto inserimento nella società civile mondiale. Il 07.03.2025 ore 11:15 siamo invitati a vedere dal vivo come ragazze e ragazzi studiano con gioia e dedizione, in una esperienza continua di crescita nella quale l’attività manuale è prioritaria per tutti, per chi insegna e per chi apprende, in rispetto della specificità dei talenti di ogni persona. Scopriremo il senso della formazione, come missione e vocazione, tale da incidere nella rete produttiva ed economica del Paese orientando alla pace, alla giustizia e al gusto per la bellezza e la creazione.

CNOS-FAP Regione Lazio
Centro di Formazione Professionale PIO XI
Via Umbertide, 11 - 00181 Roma
Tel. 067842551

Metro A fermata Colli Albani

Treno metropolitano Stazione Tuscolana

 

Sandra Chistolini

 

Memoria della visita

 

La visita al Centro di Formazione Professionale Pio XI dei Salesiani di don Bosco a Roma di oggi 07.03.2025 è stata ricca di nuove scoperte e di narrazioni che hanno portato alla luce biografie personali, come nel caso del racconto della famiglia di Piero e Gabriella, e biografie storiche, come quella di don Bosco.
L’ingresso al Centro è stato il primo passo con cui siamo stati accolti dall’entusiasmo dei giovani e dalla calda accoglienza dell’insegnante accompagnatore Alessio Moro, dallo sguardo sorridente e dalla fiducia sprizzante da tutto il suo corpo, dai movimenti alle parole.

Tanti adolescenti nel cortile a giocare e a far ricreazione e a salutare l’aria di Primavera. Il cortile dell’oratorio don Bosco ha una struttura architettonica tipica e funzionale. Riprende le arcate proprie della città di Torino, importanti, per permettere ai giovani di stare all’aperto, coperti, anche in caso di pioggia e la forma quadrata si combina con la collocazione sui quattro lati della Chiesa, della Scuola, della Formazione Professionale e degli Uffici. Al centro del cortile, il campo di calcio, a vista regolamentare, indispensabile per mescolarsi, fare amicizia, socializzare, parlare, giocare, muoversi, relazionarsi ai compagni e all’educatore. In una struttura salesiana, la vita scolastica all’aperto è fondamentale, è uno spazio di educazione alla libertà, alla responsabilità, al rispetto, all’autodeterminazione.

Come ha ricordato Alessio don Bosco pensa e crea la Casa salesiana per rispondere al bisogno di educazione preventiva dei giovani vulnerabili, fragili, senza risorse. Dalle situazioni di povertà e di carcere preventivo senza presenza di reato dei minori dell’800, siamo oggi passati alla offerta di una ampia offerta formativa che nella Formazione Professionale significa acquisizione di un mestiere per inserirsi nel mercato del lavoro con delle competenze precise: meccaniche, elettroniche, telematiche, digitali, estetiche. Nei tre Centri di Formazione Professionale di Roma, Pio XI, Gerini, Borgo don Bosco, il primo, il Pio XI è il minore a livello di utenza, circa 1000 giovani, e i laboratori. Il Gerini e il Borgo don Bosco sono molto più grandi.

La missione dei Salesiani si rinnova ogni giorno nella cura dei giovani che sono educati in libertà ad essere bravi cristiani e coscienziosi lavoratori.

Tra i ricordi di Piero l’accoglienza degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale e la testimonianza della vita professionale costruita al Pio XI con la formazione di tipografi poi reclutati per il servizio alla Zecca dello Stato.