2026-03-01 La Roma dei Costantinidi

 

“La Roma dei Costantinidi (o secondi Flavi)”

Testo conferenza dott. Paolo Montanari


 


 

La dinastia dell’imperatore Costantino e dei suoi successori vanta di discendere da Claudio il Gotico (Marcus Aurelius Claudius), dalmata, che conseguì notevoli successi contro i Goti, fra il 268 e il 270 d.C. Celebre quello presso Naisso (oggi Nis in Serbia, l’antica Mesia). Pacificata la regione del Danubio, Caudio II arginò validamente anche le secessioni della Gallia e dell’Oriente. Morì prematuramente, di peste, a Sirmio. Fu il solo imperatore, oltre a Settimio Severo, ad essere morto di morte naturale nel corso del III secolo. Venne osannato in qualità di giusto e grande generale.

L’origine di Costantino e della sua famiglia non è certa. Era Serbo. I dati sicuri si possono riassumere nei seguenti. Suo padre, Costanzo Cloro (Flavius Valerius Constantius) = Elena (Flavia Iulia Helena), un’ostessa (secondo San Girolamo), in seconde nozze; ella era originaria di Drepanum (poi chiamata in suo onore da Costantino Helenopolis, in Bitinia). Nasce Costantino intorno al 280 d.C. a Naisso (Nis), una città molto importante e strategica dei Balcani. Seguì da bambino suo padre in Britannia.

Costanzo Cloro sposa quindi Flavia Massimiana Teodora, in seconde nozze, figlia dell’imperatore Massimiano Erculio, sorella di Fausta e Massenzio. Nasce Costanza senior (da non confondere con la nostra Santa Costanza), che sposerà a Milano Licinio. Nella tetrarchia dioclezianea si distinguono: due Augusti (i veri imperatori), Massimiano e Diocleziano; due Cesari (loro collaboratori, di grado leggermente inferiore, a partire dal 293), rispettivamente Costanzo e Galerio. Alla abdicazione di Diocleziano e Massimiano (1° maggio 305), Costanzo Cloro e Galerio vengono promossi Augusti. Costantino, a sua volta, viene proclamato imperator in Britannia, a York (Eburacum), alla morte di suo padre Costanzo (25 luglio 306 d.C.).

Costanzo Cloro viene divinizzato. A quel tempo, le due città più importanti erano Milano (Occidente) e Nicomedia (Oriente), sostituita da una Nova Roma: Costantinopoli, costruita a cavallo fra l’Europa e l’Asia. Erano cambiate le condizioni geopolitiche dell’Impero. Flavius Valerius Costantinus sposa Fausta, figlia minore del vecchio Augusto e sorella di Massenzio.

Dalla loro unione nascono numerosi figli: Costantino II (primogenito), Costanza iunior (la nostra Santa Costanza; morirà nel 354 d.C.), Costanzo II e Costante. Crispo, brillante generale, è figlio delle prime nozze con Minervina. Costantino II e Crispo saranno nominati Cesari nel marzo del 317.

Alla morte di Galerio (311) Costantino diventa unico imperatore d’Occidente, mentre a Licinio resta l’Oriente (verrà condannato a morte nel 325). A Roma, Massenzio, con l’aiuto di suo padre Massimiano, fu acclamato Augusto (28 ottobre 306). Costantino, percorrendo la via Flaminia (si vedano i “fossili” del suo accampamento nelle località Malborghetto e Labaro), si scontra contro l’usurpatore Massenzio e lo sconfigge al Ponte Milvio (non sembra un caso l’anniversario dell’acclamazione “Augusto”: 28 ottobre del 312 d.C.). Costantino, da questo momento in poi, diventa l’unico imperatore. È passato alla storia, oltre che per l’Editto Milano, per essere stato un grande e pragmatico riformatore. Va ricordato che la sua conversione – che sicuramente vi fu (come peraltro quella di Licinio) – fu il risultato di un processo graduale. La sua cultura d’origine era infatti pagana: Erculio per la sua contiguità politica con Massimiano, ma soprattutto assimilato ad Apollo. Tale accostamento è desumibile sia dalla legenda Sol invictus su un multiplo della moneta d’oro-base (solidus), peraltro coeva dell’Editto, sia dal suo stesso titolo di Invictus (dal 310 al 312-315).

Con la rivoluzione di Costantino inizia l’età tardoantica (e il Medioevo nella storia dell’arte):

  • Dopo Ponte Milvio, scioglie la guardia pretoriana e il reparto di cavalleria degli Equites singulares (visitabile sotto la Basilica di San Giovanni in Laterano); trasforma la prefettura del pretorio da carica militare che era in civile: i praefecti, non più 1 ma 4 funzionari, a capo di altrettante praefecturae (articolate in Diocesi e, queste ultime, in Province); avevano la funzione di vice-imperatore nelle faccende amministrative e giurisdizionali, con potere di destituire un governatore di provincia corrotto; favorisce e incrementa il processo di barbarizzazione dell’esercito romano (i barbari che facevano richiesta erano ammessi sul suolo imperiale con la qualifica di dediticii); istituì ai massimi vertici dell’esercito romano sia i magistri equitum (della cavalleria) sia i magistri peditum (della fanteria). Da questo momento in poi l’unico corpo militare operante a Roma saranno le cohortes urbanae. La responsabilità militare diretta sulle truppe è riservata non più ai prefetti del pretorio ma ai magistri militum;

  • Introduce il solidus aureus come principale unità monetaria. La sua età fa seguito a un lungo periodo (iniziato con Caracalla) assai nefasto per l’Impero: caratterizzato dalla svalutazione della moneta e da crisi economica. Si basano sul solidus, ad esempio, le rendite agrarie. L’economia nell’età tetrarchica e costantiniana è in forte recessione. Roma, in particolare, risente forse più di altre città di questa diminuita capacità economica. Un importante indicatore economico, in questo senso, è il fenomeno relativo al reimpiego dei materiali soprattutto nell’edilizia pubblica (Arco di Costantino, su cui torneremo). L’amministrazione imperiale prende in mano il controllo di spesa delle città, specialmente di quelle con maggiori problemi finanziari;

  • Fa pagare le imposte soprattutto in oro. L’Italia e Roma non sono più esentate dai tributi;

  • Relativamente all’assetto territoriale: riserva grande attenzione alla gestione e al funzionamento delle città. Egli così scrive: “Ma il massimo impegno della previdenza nostra è che tutte quante le città, che reputazione ed eleganza distinguono come luci fra le province e le regioni, non solo mantengano il loro anteriore prestigio, ma raggiungano anche uno stato migliore per il favore della nostra benevolenza”;

  • Riforma secondo un’ottica fortemente accentratrice la pubblica amministrazione e la corte. Principio fondamentale è la separazione del potere civile da quello militare. Nella sfera civile rafforza il Concistoro, consiglio privato dell’Imperatore, nuovo centro del potere: una sorta di Consiglio dei Ministri. C’erano: il Quaestor Sacri Palatii (poteva nominare dignitari dell’esercito, redigere decreti imperiali, leggere in Senato i discorsi, curare la corrispondenza imperiale); il Magister officiorum, una figura importantissima: trasmetteva le comunicazioni da e per la corte; gestiva tutte le incombenze della corte, fuorché quelle finanziarie; comandava la guardia imperiale; coordinava gli agrimensores e gli agentes in rebus (ispettori nelle distribuzioni di frumento; cavalcavano per tutto l’Impero controllando il funzionamento della posta e delle manifatture pubbliche, in altre parole le fabbriche di armi); il Praepositus Sacri Cubiculi (vegliava sul personale di Costantinopoli);

  • Cristianizza la legislazione, riformando la giustizia: istituisce un foro ecclesiastico con effetti giuridici, grazie al quale venivano riconosciute le manomissioni compiute nelle Chiese; del tutto nuova è l’audientia episcopalis (acquista rilievo legale la giurisdizione dei vescovi: avevano competenza esclusiva sui casi relativi alla religio e alla disciplina ecclesiastica; ad esempio era consentito, nell’ambito delle comunità cristiane, deferire le controversie civili ad arbitri/episcopi scelti all’interno della medesima comunità); introduce i Comites provinciarum (erano alti funzionari imperiali incaricati di mantenere l'ordine pubblico e la polizia nelle province: ne esisteva ad esempio uno per l’Africa);

  • Rilancia le opere pubbliche: dedicano a Costantino numerosi curatores di acquedotti, strade, alvei e rive dei fiumi e della rete fognaria. Come fa, ad esempio, un vir clarissimus (in altre parole un senatore) di Roma: Flavius Maesius Egnatius Lollianus. Parimenti interessante, da Aquileia, una dedica all’imperatore in qualità di restitutor delle infrastrutture;

  • Sostiene le organizzazioni filantropiche, dedite all’olio africano gratuito, al panis gradibilis e alla carne di maiale economicamente accessibile: valorizza la professione del Fornaio (ogni fornaio o chiunque si trovasse a possedere un forno era obbligato a svolgere quel mestiere); come per i fornai, i Suarii erano obbligati alla fornitura (l’imperatore intervenne, presso il Prefetto della città Verino Lucrio, per migliorare l’interazione fra i suarii e gli allevatori dei maiali, assicurandosi che questi ultimi potessero scambiare gli animali con denaro calcolato in base ai tassi di mercato locali);

  • In Italia: conserva la figura del vicario diocesano per l’Italia istituito da Diocleziano, con sede a Milano e crea per la nostra Roma un vicarius Urbis. Queste due figure – amministrative – avevano responsabilità su sedi circoscrizionali diverse;

  • A Roma: riconosce quali autorità religiose cristiane prima papa Milziade (dal 311 al 314 d.C.) e poi Silvestro (dal 314 al 335); attribuisce risorse per costruire e abbellire luoghi di culto sia devozionali (S. Giovanni in Laterano, la più antica basilica, e S. Pietro in Vaticano) che cimiteriali (Santi Marcellino e Pietro, San Sebastiano, San Lorenzo fuori le Mura, Santa Croce in Gerusalemme, Santa Costanza e San Marco sulla collina di San Callisto).

Va riservato un cenno ai sontuosi funerali, celebrati all’indomani della sua morte a Nicomedia il 22 maggio 337. Venne traslato in una bara d’oro coperta dalla porpora imperiale a Costantinopoli ed esposto nel palazzo imperiale; qui ricevette l’adoratio per molti giorni, fino a che, il 9 settembre, non fu regolata la successione. Si tennero, per singolare parallelismo, sia a Roma che a Costantinopoli. A Roma, su proposta del Senato (in gran parte pagano), l’Imperatore venne divinizzato come era già avvenuto per Giulio Cesare; si proclamò un iustitium, in altre parole la sospensione delle attività pubbliche e lo si divinizzò. A Costantinopoli, poco dopo, si decise una depositio ad sanctos nella Basilica dei Dodici Apostoli: una sorta di mausoleo/chiesa aperti al culto cristiano, che Costantino medesimo aveva consacrato per perpetuare in eterno il ricordo degli Apostoli del nostro Salvatore. Eusebio di Cesarea (Vita Constantini 4, 63, 1-2) tramanda le ultime parole in vita dell’Imperatore: “Ora so di essere beato nel vero senso della parola, ora di avere in me la Luce divina e di aver acquistato la vita”. La conversione di Costantino, forse ispirata dalla Madre, dové essere stata un percorso di maturazione lungo e interiore. Dalla luce della cultura pagana (Apollo Helios e il Sol invictus che dai tempi di Aureliano si festeggiava il giorno del 25 dicembre, dal 336 d.C. sostituito dal nostro Natale) si passa, man mano, al Sole dei Vangeli e al Sole fissato nel Simbolo-Credo del Concilio di Nicea (in Bitinia, poco lontano da Costantinopoli), che l’Imperatore aveva convocato nel 325. Si sanciva, nel Concilio, la consustanzialità del Padre e del Figlio: fu coniato l’aggettivo ὁμοούσιος. La luce sembra pertanto il leitmotiv della conversione di Costantino. Il nuovo Sole è quello del vangelo di Giovanni (8, 12: “Io sono la Luce del mondo”) e del Credo di Nicea (“Luce da luce”). È stato osservato, sul piano storiografico (A. Barbero), che nella monetazione di riferimento costantiniana, il solidus aureus, a partire dal 327, il volto di Costantino – sul dritto – non guarda più frontalmente. Così anche la statua di sua madre, Elena, conservata ai Musei Capitolini. L’orizzonte muta. Egli ora guarda in alto, a significare che il potere gli derivava da un unico Dio. Può essere una traccia della sua conversione.

Costanzo II (alla morte di Costantino, 22 maggio 337) diventa imperatore con i suoi fratelli Costantino II e Costante, che vengono uccisi fra il 340 ed il 350. Perde in una campagna contro i Parti. In Occidente se la deve vedere, con grande profusione di energie, contro gli usurpatori Magnenzio, Nepoziano e Vetranione (favorito da Costantina). Nel 355 nominò Cesare Giuliano, suo cugino, senza però troppo confidare in lui. Adottò misure assai restrittive nei confronti dei pagani. Tutto il suo regno fu contraddistinto dalla disputa intorno alla natura di Cristo, vale a dire al confronto tra Cattolicesimo e Arianesimo; Costanzo II si schierò nettamente con le correnti anti-nicene. Nell’aprile del 357, è a Roma per celebrare i suoi vicennalia; come dono per la città eterna fece trasportare da Alessandria d’Egitto l’obelisco che oggi ammiriamo in piazza di San Giovanni in Laterano. In origine sorgeva nel Circo Massimo.

In sostanza, l’importanza di Costantino si potrebbe riassumere nei seguenti termini. Con lui, per la prima volta, la storia di Roma e il Cristianesimo si incontrano. Richiamandosi ad uno dei pochi virtuosi imperatori del III secolo d.C., Claudio II il Gotico, cerca di dare giustizia, sicurezza ed equilibrio all’amministrazione di tutto l’Impero. Sconfitto l’Augusto Licinio, Costantino – riferisce Eusebio di Cesarea – era solito designarsi come Epìskopos ton ektòs: in altre parole “Vescovo di quelli che sono al di fuori” (i pagani). Per quanto riguarda il rapporto con la religione (anche se va ricordato fece giustiziare, nel 326, il giovane generale Crispo e Fausta, poiché sospettati di incesto), si profila come un leader monoteista e giusto. A Milano, nel 313, firma non da solo ma congiuntamente a Licinio l’Editto, su cui ancora oggi si discute, con il quale si ufficializza la religione cristiana. Mediolanum (come emerge da un passo di Ammiano Marcellino: 27, 7, 5) anche in seguito risulta essere un luogo nevralgico per la difesa degli innocenti: sotto l’imperatore Valentiniano un agente segreto, di nome Diodoro, e tre dipendenti del vicario per l’Italia, condannati a morte per fatti veramente lievi, sostanzialmente innocenti, chiesero clemenza chiedendo l’applicazione delle norme del diritto civile. “I Cristiani, che a Milano ancora ne venerano il ricordo, chiamano il luogo in cui furono sepolti Ad innocentis”. È la traccia di un qualcosa di più grande.

Lattanzio (De mortibus persecutorum 48), scritto a pochi anni dagli eventi, cita il testo e soprattutto la motivazione dell’Editto imperiale, giuridicamente una lex generalis, una lex de restituenda ecclesia per citare le parole di Lattanzio (48, 1; 9; 12; 13). Con questa legge Costantino si faceva garante di tutte le religioni:

…ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in sede caelesti, nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere.

…affinché sia consentita ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità.

Nel provvedimento di Milano, la cui esistenza si deduce a chiare lettere dal passo di Lattanzio, dettato in prima battuta da ragioni di sicurezza pubblica, i due augusti stabilivano: che tanto i Cristiani, quanto i fedeli delle altre religioni avessero piena libertà di culto; restituzione, senza il pagamento né di corrispettivo né di interessi, dei beni sottratti illegalmente ai Cristiani in tempo di persecuzioni.

Rispetto all’Editto di Costantino e Licinio – va detto – non c’è concordia fra gli storici. A livello storiografico, non si dubita tanto della sincerità di Lattanzio (poi di Eusebio), quanto della terminologia tecnico-giuridica da loro impiegata. Nel passo del De mortibus persecutorum si menziona una lettera inviata, da Licinio, a un governatore della Bitinia. Tale indicazione operativa – questa sì da qualificare come rescritto – contiene una lex varata da Licinio a Nicomedia e con effetti, solo, per l’Oriente. A Milano, dove incontrò Costantino per sposare la sorella, i due avrebbero preso solo accordi verbali su sicurezza pubblica, con particolare riguardo alla religione. Sostanzialmente, alcuni storici mettono in dubbio l’Editto di Milano (aggiungendo un “cosiddetto”) in quanto il testo citato da Lattanzio sarebbe un documento promulgato per l’Oriente e, forzatamente, fatto valere anche per l’Occidente. Infatti, né a Milano, né in altri centri delle province (diocesi) occidentali, si conserverebbero testimonianze materiali di ciò. Questa è, ciononostante, solo una congettura. Il Rescritto di Spello, che qui anticipiamo, composto direttamente da Costantino, deve necessariamente presupporre una lex universalis. Alcuni propendono per un chiarimento, a mo’ di “circolare”, dato a qualche governatore in Oriente, altri per un provvedimento non troppo dissimile da quelli, varati pochi anni prima, dallo stesso Costantino e da Massenzio. Per questo genere di disposizioni, in età tetrarchica, la forma giuridica dell’edictum era quella più impiegata. Benché non si possa escludere, da parte degli autori cristiani (Lattanzio ed Eusebio di Cesarea), un’eccessiva simpatia nei confronti di Costantino, né una sorta di intento agiografico nella descrizione del Segno che l’imperatore sulla via Flaminia avrebbe fatto dipingere sugli scudi dei propri soldati, va rimarcata una generale coerenza fra il passo di Lattanzio (inerente all’Ingresso a Roma di Costantino) e l’iscrizione posta dal Senato di Roma sull’Arco a lui dedicato ai piedi del Palatino. Lo si potrebbe denominare, piuttosto che “Arco di”, “Arco per” Costantino.

Lattanzio, De mortibus persecutorum 44, 11

Titulus dell’Arco di Costantino

 

Senatus Constantino virtutis gratia primi nominis titulum decrevit, quem sibi Maximinus vindicabat: ad quem victoria liberatae urbis cum fuisset adlata, non aliter accepit, quam si ipse victus esset. 

 

Imp(eratori) Caes(ari) Fl(avio) Constantino Maximo / P(io) F(elici) Augusto S(enatus) P(opulus)q(ue) R(omanus) / quod instinctu divinitatis mentis / magnitudine cum exercitu suo / tam de tyranno quam de omni eius / factione uno tempore iustis / rem publicam ultus est armis / arcum triumphis insignem dicavit // Liberatori urbis // Fundatori quietis // Sic X sic XX // Votis X votis XX.

 

Chiunque l’abbia redatto l’epigrafe doveva essere qualificato sia giuridicamente sia linguisticamente. Tale provvedimento rispondeva, oltre all’esigenza di porre fine alle persecuzioni, alla preoccupazione di produrre miglioramenti fondamentali nelle condizioni della vita sociale e familiare. Va ricordato, comunque, che l’”usurpatore” Massenzio, già prima di Ponte Milvio, aveva promulgato provvedimenti mirati a restituire ai Cristiani d’Africa la libertà (tra il 308 e il 311). Costantino stesso, autoproclamandosi Augusto, aveva già in precedenza promulgato qualche concessione nei confronti dei Cristiani (306).

Precedeva l’Editto di Milano un analogo Editto varato a Sèrdica (l’odierna Sofia in Bulgaria) dall’imperatore Galerio. Siamo nell’aprile del 311: indulgentia e fine delle persecuzioni; il sacrificio alle divinità (pagane) non costituisce più un requisito-cardine della pratica di culto dello Stato; i Cristiani potevano ricostruire i propri luoghi di culto. Nel provvedimento del 311 si ammetteva, coram populo, che i Cristiani “hanno perseverato nella loro determinazione”, vale a dire che le persecuzioni non erano servite a nulla. L’intellettuale Lattanzio, precettore a Treviri dei figli dell’imperatore, testimone dei fatti, racconta la transizione dall’impero persecutore dei tetrarchi a quello “secolarizzato” e tollerante, quindi sempre più filocristiano di Costantino. Questo il suo obiettivo: Volui sapientiam (= cultura classica e arte) cum religione (= monoteismo cristiano) coniungere. Questa filosofia, certamente lungimirante, caratterizza tutto il regno di Costantino; nessuna statua o monumento pagano vengono distrutti (o sfregiati) per volere di questo imperatore. Succederà purtroppo dopo (distruzione del Serapeo ad Alessandria). Per comprendere meglio la relazione fra Costantino e i pagani viene in nostro soccorso il Rescritto di Spello (risposta ufficiale fornita dall’imperatore con valore normativo): in risposta agli abitanti di questa cittadina umbra di poter celebrare in quel luogo un rito pagano in comunione con i Tusci e di poter costruire un tempio in cui si venerasse la gens Flavia, l’imperatore rispose che non c’era alcun problema, a patto che ne aedis nostro nomini dedicata cuiusquam contagiosae superstitionis fraudibus polluatur. In altre parole, che non si contaminasse il tutto con pratiche proprie dei culti pagani. E questo, sostanzialmente, si riscontra fino alla fase iniziale del regno di Teodosio. L’Editto di Tessalonica (380) proclamò il cristianesimo niceno come Religione Ufficiale dell’Impero, vietando di fatto l’arianesimo e i culti pagani. Teodosio ciononostante mantenne un atteggiamento di relativa tolleranza: pur proibendo i sacrifici, promosse la conservazione dei monumenti pagani con la motivazione che era necessario rispettarne il valore artistico e la funzione ludica e folclorica (30 novembre 382). Questo spirito di lungimiranza e tolleranza, purtroppo, durerà molto poco. Per tornare all’Arco accanto al Colosseo, il Senato era apertamente schierato dalla sua parte: nella ratio che soggiace alla costruzione del celebre monumento si fa riferimento all’ampiezza dell’intelletto, ad un uso per giusti fini dell’esercito e a una sostanziale garanzia della pace. Desta curiosità il “complemento d’agente”, instinctu divinitatis: ma di quale divinità parliamo? L’espressione sembra richiamare il provvedimento del 313.

Fondamentale il ruolo di sua madre Elena. Prima moglie di Costanzo Cloro, di umili origini (lavorava in una locanda o in una stazione di posta: s. Ambrogio), nata poco prima del 250 d.C. Curiosamente, l’imperatore Costantino, all’inizio della sua sovranità assoluta (dal 306 al 324), evita di rimarcare pubblicamente la discendenza materna. Dal 312 d.C. Sant’Elena (Flavia Iulia Helena, questo è il suo nome ufficiale) fa la sua comparsa nella vita ufficiale, mediante donazioni per chiese o terme. Immediatamente dopo la vittoria su Licinio venne elevata, così come Fausta, al ruolo di Augusta. Il suo ruolo viene chiarito, concretamente, in un Medaglione, da 2 solidi in oro, coniato a Nicomedia fra il 324 ed il 325.

Nell’ambito delle sue attività di Augusta ella compì un Viaggio nell’Oriente dell’Impero; già Costantino, nel 295, aveva fatto un viaggio in Palestina insieme a Diocleziano. Tale viaggio venne organizzato in età avanzata, orientativamente fra il 326 ed il 328. Sostenne, in Palestina, comunità cristiane città per città, fondò chiese, aiutò poveri e infermi (esercitando così la liberalitas dell’imperatore) e decise indulti (iustitia, clementia, liberalitas). Meno circostanziata è, invece, la inventio Crucis a Gerusalemme. Il 25 luglio 326 è presente con il Figlio a Roma per festeggiare i suoi vicennalia, ritorna poi a Costantinopoli insieme alla corte, si reca nell’attuale Israele nella primavera 327. In quelle terre è, a tutti gli effetti, vicaria dell’Imperatore. Offre un resoconto affascinante e contemporaneo Eusebio di Cesarea nella sua Vita Constantini. Accanto alle opere caritatevoli, si recava come una vera imperatrice presso gli accampamenti dell’esercito, elargendo premi ai soldati più valorosi: si meritò il titolo di Mater castrorum (virtus e fortitudo).

Venne dipinta, anche, come capo carismatico delle truppe. Fece costruire e consacrò, con l’autorizzazione di Costantino, due chiese in Terra-santa: la Basilica della Natività a Betlemme e la Chiesa dell’Assunzione sul Monte degli Ulivi (detta anche Eleona). Si hanno perplessità sul ruolo di Elena nella realizzazione della Basilica del Santo Sepolcro. In sostanza, la politica di Costantino e l’attività di Elena diedero avvio a un processo che può essere definito “costruzione della Terra-santa”. Morta forse a Treviri nel 329 venne tumulata a Roma sulla via Labicana (Tor Pignattara) in un Sarcofago di porfido. Le sue reliquie si conservano oggi, a Parigi, nella cripta della Chiesa Saint Leu-Saint Gilles.

Occorre riservare un cenno, poi, all’imperatore Giuliano l’Apostata, nipote di Costantino. Nel 361 d.C. prende le redini dell’Impero alla morte di suo cugino Costanzo II. Egli è dai più soprannominato “Apostata” poiché trasgressore della fede cristiana. Nacque a Costantinopoli nel 331, nipote di Costantino in quanto figlio di Basilina e Giulio Costanzo, a sua volta figlio del matrimonio di Costanzo Cloro con Teodora. Assisté ai turpi assassinii, interni alla Corte, verificatisi soprattutto nel 337 alla morte del grande imperatore. Si salvò dalle stragi familiari del 337 in quanto, su indicazione di Costanzo II, suo cugino, raggiunse la nonna a Nicomedia. Educato sin da tenera età al Cristianesimo, se ne distaccò a causa dei lutti familiari. Suo tutor fu l’ariano Eusebio di Nicomedia. Aveva in odio i calunniatori, avendoli conosciuti in gioventù. Come Adriano, amava profondamente la filosofia e la cultura greca (studiò ad Atene), e proprio per questa ragione andrebbe definito Filelleno, più che Apostata. Aveva un animo libero dalla paura; riponeva ogni bene nella perfezione dell’animo. Sostanzialmente la sua predilezione per la cultura pagana non va intesa come un tentativo di inquinare la purezza del messaggio cristiano, ma di difendere quel sostrato di filosofia (Platone), arte e letteratura senza cui il seme non sarebbe germogliato. Si dedicava ai processi non meno che agli annosi problemi dello Stato. Complesso e tutt’altro che facile da dirimere il rapporto fra questo imperatore e i Cristiani. Il celebre Tempio di Apollo a Dafne, sobborgo di Antiochia, crollò a causa di un incendio. Ritenuti colpevoli taluni Cristiani, ordinò nel quadro di un’inchiesta assai approfondita la chiusura della Chiesa maggiore di questa città. Cercò il dialogo con i senatori, al suo tempo ancora in gran parte pagani. Pensò di far restaurare – a sue spese – il Tempio di Gerusalemme, espugnato dagli assedi di Vespasiano e Tito. Aveva affidato quest’opera, senza portarla a termine, ad Alipio di Antiochia, già viceprefetto della Britannia.

Veniamo a Costantina (o Costanza iunior), la nostra Santa Costanza. Prima figlia di Costantino e Fausta, nacque intorno al 318. First lady a tutti gli effetti, sposò il cugino Annibaliano, figlio di Flavio Dalmazio, uno dei fratellastri di Costantino. Insieme al marito, che con il titolo di re governava il Ponto e l’Armenia, visse diversi anni in Oriente. Essendo stato assassinato Annibaliano (ancora giovane), sposò Gallo nel 337, nominato Cesare dall’imperatore Costanzo II (351), con il quale andò a vivere ad Antiochia. Possedeva a Roma, sulla via Nomentana un grande terreno, nel quale fondò la Chiesa di s. Agnese e edificò un mausoleo: è a pianta circolare con a fianco la con basilica circiforme, pensata per esprimere la propria venerazione verso la giovane martire. Negli anni ’40 del IV secolo ella visse a Roma. Morì in Bitinia nel 354. Il suo sarcofago, realizzato in porfido, è conservato come quello di Elena ai Musei Vaticani.


 


 

La Roma di Costantino e dei suoi figli

Tra i più insigni e suggestivi monumenti della fase costantiniana della nostra Città, merita sicuramente un cenno il Mausoleo di Costantina, o Santa Costanza. Fatto costruire negli anni Quaranta del IV secolo per le figlie dell’Imperatore: Costantina (morì in Bitinia nel 354 d.C.) ed Elena, fervente cristiana secondo il Liber Pontificalis (morì nel 360-61). Il Mausoleo sorge in una tenuta di Costantina lungo la via Nomentana: il luogo non venne, certo, scelto a caso poiché nei pressi era venerata la giovane martire Agnese. La rotonda, nei secoli del Medioevo soprannominata “sacello di Bacco” per una vaga allusione ai mosaici, del diametro di 22,50 metri, si conserva assai bene per l’intera sua altezza. La parte centrale è delimitata da 12 coppie di colonne marmoree, che a loro volta sostengono la generatrice della volta a botte che copre il deambulatorio esterno; è invece perso il colonnato esterno. Sontuosa la decorazione interna: lastre marmoree in opus sectile sulle pareti e mosaici naturalistici sull’intradosso della volta esterna. Santa Costanza venne riadattata prima a Battistero e poi a Chiesa. Stupendi e perfettamente conservati sono i mosaici sulla volta del deambulatorio con scene di vendemmia, pigiatura dell’uva e trasporto della frutta lungo. Dodici finestre arcuate definiscono una fascia di luce tutt’intorno al tamburo. Non sembra casuale il ricorrere del numero 12. Potrebbe richiamare, a Costantinopoli, la Basilica dei 12 Apostoli.

La Basilica Costantiniana di Sant’Agnese. In un terreno di proprietà imperiale, Costantina fa edificare una basilica cimiteriale accanto alla tomba di Sant’Agnese. Essa occupa parte della più ampia catacomba, della quale fu obliterata una parte. Ormai in rovina, papa Simmaco (498 d.C.), al tempo di Teoderico, la abbellì e rinnovò. Il grande edificio costantiniano, della tipologia a deambulatorio (“circiforme”), restano solo parti del muro perimetrale. L’abbandono si colloca prima della costruzione della nuova Basilica, per volere di papa Onorio (625-638), sulla sepoltura di Sant’Agnese, dove già nel IV secolo esisteva un Sacello ad corpus. Questo edificio, così come la Basilica pelagiana di San Lorenzo fuori le Mura, costituisce uno degli esempi più integri e insigni di costruzione cristiana di influenza bizantina (si veda Santa Sofia a Costantinopoli). Tale influsso lo si tocca con mano nel mosaico nel semicatino absidale e nei matronei.

La Basilica Lateranense. Diventa, con Costantino e stabilmente a partire dal VI secolo, la sede principale del Vescovo di Roma. Simboleggia il passaggio dalla Roma pagana a quella cristiana. In origine dedicata al Salvatore, si estese successivamente il culto anche ai Santi Giovanni Battista ed Evangelista. La sua realizzazione, che oggi si pone all’indomani di Ponte Milvio (313), potrebbe essere intesa come una sorta di ex voto per il successo su Massenzio. Forse ispirata alla Basilica Ulpia, nel Foro di Traiano (imperatore al quale Costantino si sentiva molto vicino) esprime al meglio i nuovi caratteri distintivi dell’edilizia pubblica: un’originale concezione degli spazi interni e dei colonnati divisori; si abbandonano, sempre nelle basiliche, le grandi volte in cementizio e l’uso scenografico e coloristico di fregi, nicchie e ordini architettonici soprapposti, interrotti da trabeazioni sporgenti su colonne staccate dalla parete (come era stato nell’emiciclo della Basilica di Massenzio e nel frigidarium delle Terme di Diocleziano); predilezione per tetti lignei a doppio spiovente con copertura a capriata; particolare rilievo al presbiterio. Del monumento originario si conservano poderosi resti nella facciata; quella attuale è stata progettata da Alessandro Galilei (1730-32). Resti delle colonne sono stati documentati da Francesco Borromini nella sua ristrutturazione della prima metà dei XVII secolo. L’abside dei XIII secolo (che ancora oggi svetta visto dalla Porta Latina) era preceduta da “transetti-navatella”, sporgenti dalle navate esterne con forma di “ali basse e corte”.

Nell’agro appartenuto nella prima età imperiale alla famiglia dei Laterani e in parte dell’Augusta Fausta, moglie di Costantino, l’imperatore donò alla Chiesa di Roma alcune caserme della cavalleria di Massenzio; una di queste (Castra Nova equitum singularium) si può visitare sotto l’attuale s. Giovanni in Laterano. Più in generale, l’imperatore donò a papa Silvestro una larga fascia territoriale di sua proprietà, interna alle Mura Aureliane, estesa dal Battistero Lateranense fino alla Basilica di s. Croce in Gerusalemme. Insieme alle altre grandi basiliche martiriali configura il nascere di una Roma cristiana tutt’intorno a quella pagana: la presenza cristiana non entra in conflitto con il paganesimo (= cultura classica). Prende forma una forta di “Raccordo Anulare” cristiano.

Il Battistero lateranense. Indagini realizzate nel corso del secolo scorso hanno riportato alla luce, sotto il pavimento del Battistero, una serie di stanze pavimentate con fine mosaico riconducibili ad una domus privata d’età severiana. Grazie ad un esame stratigrafico delle murature si riesce a ricostruire la storia del monumento. In origine s. Pietro battezzava i Cristiani, per immersione come si faceva a quel tempo, nel Tevere. Con la libertà di culto, voluta da Costantino e Licinio, nei pressi delle terme del corpo di guardia di Massenzio, venne edificato un Battistero probabilmente nel secondo quarto del IV secolo. Costantino fece decorare la vasca battesimale con un gruppo di Sette cervi che versavano acqua; erano d’argento. Oggi siamo certi che il livello di frequentazione del monumento non ha conosciuto variazioni rispetto a quello originario e che le murature laterizie formano un insieme omogeneo. Si è ipotizzato che l’originaria costruzione fosse, anch’essa, a pianta ottagonale con vasca circolare concentrica; una cupola copriva il tutto. Significative ristrutturazioni furono commissionate da papa Sisto III (432-440): una porta ed una finestra si aprivano su ogni lato dell’ottagono; i muri erano foderati con lastre marmoree; 8 colonne in porfido rosso, donate da Costantino, furono sistemate, come dice il Liber pontificalis, da Sisto III lungo la circonferenza interna. Prima dei definitivi restauri voluti da papa Barberini (cupola e pavimento), si deve ad Ilaro (461-468) la costruzione di tre Oratori addossati al perimetro esterno del monumento. Resta solo quello di S. Giovanni Evangelista. L’Oratorio della Santa Croce, rivolto verso la piazza, fu senza alcuna ragione demolito da Domenico Fontana nel 1588 per volere di Sisto V.

La Basilica di San Pietro. Realizzata nell’agro Vaticano, colmando con lo sbancamento di un colle la Necropoli Vaticana, fu cominciata dall’imperatore Costantino. Al riguardo ci siamo soffermati in precedenza (come per la basilica sull’Ostiense). Basti mettere in luce che si tratta del primo esempio di Basilica ad corpus; a Roma, sulla via Nomentana, trova un confronto con quella originaria di Sant’Agnese. Constava di un’enorme aula articolata in 5 navate, divise da 4 file di ventidue colonne. Queste ultime sostenevano una trabeazione marmorea nella navata centrale, mentre arcate in quelle laterali. Una grande abside proteggeva il Tropaion, le cui colonne tortili (che Costantino fece venire appositamente dalla Grecia) si conservano tuttora nelle imposte della cupola. Un transetto ad ala si apriva sui lati Nord e Sud. Esso comunicava con la navata centrale tramite un grande arco sostenuto da pilastri. La Basilica era preceduta da un ampio quadriportico della stessa larghezza.

La Basilica nova (di Massenzio, poi di Costantino). Situata sulla collina della Velia, il monumento aveva un impianto rettangolare diviso in tre navate, con un atrio d’ingresso laterale. L’ampia navata centrale, orientata in senso Est-Ovest, terminava con un’abside ed era coperta da tre grandi volte a crociera poggianti su otto colonne corinzie monoliti di marmo proconnesio. Le due navate laterali erano divise in tre vani comunicanti tra loro e con l’atrio d’ingresso, coperti con grandi volte a botte a cassettoni, e aperti con arcate verso lo spazio interno. L’unica navata conservata (la Nord), presenta nel vano centrale un’abside decorata con nicchie inquadrate da colonnine su mensole, anticamente ospitanti statue. La basilica, edificata da Massenzio (306-312) nel 308, fu terminata, con alcune modifiche, da Costantino (306-337), che ne modificò l’orientamento, aprendo verso sud un grandioso ingresso costituito da un portico di quattro grandi colonne di porfido, preceduto da una scalinata che superava il dislivello tra la Via Sacra e la Velia. Proveniente dalla navata interna, una colonna corinzia si conserva oggi in piazza di S. Maria Maggiore. L’intervento costantiniano venne caratterizzato dalla posa, in una delle absidi, di una statua colossale dell’imperatore i cui poderosi frammenti sono oggi visibili nel cortile del Palazzo dei Conservatori al Campidoglio. Se ne ammira una ricostruzione nei Giardini Caffarelli.

Le Terme di Costantino. Ultime tra le grandi terme pubbliche imperiali, sorgevano sul Quirinale, fra via XXIV Maggio, via della Consulta e via Nazionale. Iniziate forse nel 315, furono parzialmente danneggiate da un incendio nel 367 d.C. L’ultimo restauro si fa risalire all’età di Teodorico. Si trattava di un complesso dalle dimensioni piuttosto ridotte, rispetto alle grandi terme precedenti, e quindi probabilmente destinato a un'utenza di élite. Orientate Nord-Sud, le terme erano praticamente limitate al solo edificio balneare con pochi annessi e prive dei tradizionali porticati, sostituiti da una semplice area aperta. Da esse provengono le statue dei Dioscuri, oggi base dell’obelisco del Quirinale.

Il cd. Tempio di Minerva Medica. Secondo le più recenti indagini, il monumento va identificato come un’Aula di tipo residenziale di altissimo livello di committenza probabilmente legata a funzioni tricliniari o miste. Collocata a poche decine di metri dalla mostra degli acquedotti Claudio e Aniene nuovo sembrerebbe aver fatto parte del Sessorium costantiniano, nel settore Orientale dell’Esquilino, o più probabilmente degli horti Liciniani relativi alla famiglia di Gallieno. Nei pressi si ha notizia di un omonimo palatium. I bolli laterizi rimandano agli anni di Massenzio e Costantino. La pianta dell’Aula è polilobata: in altre parole, su una base circolare interna si innesta una corona di nicchie semicircolari sporgenti, 4 delle quali originariamente traforate da colonne al fine di creare, al facoltoso ospite, un effetto di trasparenza tra la fitta e regolare opera laterizia delle murature. Marmi colorati movimentavano le pareti interne dell’edificio. La copertura, oggi solo parzialmente conservata era rappresentata da una cupola in opera cementizia di forma emisferica (diametro 25 m, alt. 32), realizzata attraverso l’uso di materiali di alleggerimento sempre più condensati verso l’alto; l’estradosso era a gradoni, mentre l’intradosso – molto ardito – sagomato in dieci spicchi veloidici. Caratteristica degli edifici costantiniani, e questo vale anche per le basiliche cristiane, è la presenza di una serie di grandi finestroni arcuati (con stipiti incavati) per favorire una maggiore illuminazione sulle pareti, Non più membrature architettoniche (capitelli, cornici, colonne) ma rivestimenti piani e policromi. La cupola era rivestita da un mosaico in pasta vitrea.

Tetrapilo detto Arco di Malborghetto sulla via Flaminia (al diciannovesimo chilometro). Si tratta di un arco quadrifronte, simile a quello “di Giano” accanto a s. Giorgio al Velabro, accessibile da tutti e 4 i lati. Era posto all’incrocio della via Flaminia con la via Veientana. Si ritiene perpetui la memoria del luogo dell’accampamento di Costantino poco prima di scontrarsi con Massenzio presso Ponte Milvio. Eusebio di Cesarea, nella sua Vita Constantini, racconta che il figlio di Costanzo Cloro lì avrebbe avuto in sogno un’apparizione: sopra il Sole, in Cielo, gli si sarebbe mostrata una croce luminosa accompagnata dall’Epigrafe: In hoc signo vinces. Si tratta di un tetrapilo, in altre parole di un monumento di forma cubica con una porta su ognuna delle 4 facce.

L’Arco di Costantino. Si ispira alla grande tradizione degli archi trionfali romani: questa volta tuttavia non si celebra il trionfo su una popolazione straniera, ma su altri Romani fratelli. Il monumento è costruito basandosi su un modulo di 24 pedes in alt. = 7,1 metri: questa è l’imponenza delle sei colonne in marmo giallo antico che scandiscono il ritmo dell’arco a tre fornici. Tutti i marmi impiegati sono di riutilizzo: in alcuni casi si tratta di materiali conservati nei magazzini (scolpiti già nel II e III secolo d.C. e mai utilizzati), in altri di elementi decorativi di edifici che potrebbero essere crollati a causa di terremoti. Per rendere l’idea: le colossali statue dei Daci, in pavonazzetto, recano (sul plinto) l’iscrizione ad arcum. Il fenomeno del reimpiego così diffuso non deve far credere che gli imperatori di questa età fossero “vandali”: Costanzo II prima e Giuliano, poi, vietarono con appositi decreti lo spoglio delle decorazioni delle città (Cod. Iust. 8, 10, 7). Il Senato, rivolgendosi a Costantino, tenendo necessariamente conto del fresco Editto di Milano, gli parla con un linguaggio che la cittadinanza potesse capire: a quel tempo i Buoni Imperatori erano considerati Traiano, Adriano e Marco Aurelio. Nel fornice principale sono riutilizzati bassorilievi che testimoniano l’ingresso trionfale di Traiano a Roma: è un’allusione a quanto si era da poco verificato con Costantino. Sopra i fornici laterali e sotto i tondi d’età adrianea si sviluppa il fregio di Costantino che, come avrebbe fatto Apollodoro di Damasco nella Colonna Traiana, racconta: partenza da Milano – assedio di Verona – battaglia di Ponte Milvio – adlocutio (discorso ai propri soldati) e liberalitas (generosità, intesa come distribuzione gratuita di pane). Sopra i tre fornici corrono, pertanto, due film paralleli e concatenati: si passa dagli otto tondi d’età adrianea (con varie scene di caccia) e due costantiniani (sui lati brevi: il Sole rivolto al Colosso-Helios e la Luna su carro) che comunicano, sostanzialmente, i concetti di immortalità e di eternità del potere imperiale al fregio di Costantino, il cui significato è comunicare che il prestigio raggiunto deriva dai grandi modelli del passato (ad es. la scena della Adlocutio ritrae Adriano e Marco Aurelio).

L’Arco del Divo Costantino (313 d.C.). Tetrapilo, detto Arco di Giano. Probabilmente da identificare con l’arcus Divi Constantini di cui parlano le fonti, lo si può oggi ammirare (con una bella illuminazione al tramonto) al centro dell’avvallamento del Velabro, accanto a San Giorgio. Venne costruito come quello di Malborghetto sull’incrocio di due strade. Esso sorge accanto alla Chiesa di s. Giorgio e all’Arco degli Argentari. È il solo esempio di monumento tetrapilo conservato a Roma, accanto all’Arco di Malborghetto. Alto ben 12 metri e largo su ciascun lato 16. Presenta quattro massicci pilastri che sostengono una volta a crociera. Essi sono costruiti in cementizio e rivestiti da blocchi di marmo di reimpiego. Al di sopra doveva presentare un piano attico in laterizi, per errore demolito nel 1830, ed un tetto forse di forma piramidale. Lungo le pareti si aprono numerose nicchie (con copertura a forma di conchiglia) nelle quali erano collocate statue. Dell’apparato ornamentale si conservano  quattro figure femminili sulle rispettive chiavi di volta: si riconoscono con sicurezza la dea Roma sul lato orientale e Minerva sul lato settentrionale, mentre l’identificazione delle altre due figure come Giunone e Cerere presenta maggiori incertezze.

Il Sessorio. L’imperatrice Elena, nell’orizzonte di una vasta proprietà dei secondi Flavi, edificata da Settimio Severo (fra il 180 e il 211 d.C.), fa costruire grazie agli architetti di suo figlio un polo residenziale. Già nel 324 aveva fatto restaurare le terme, che oggi si conoscono come Terme eleniane, a Sud di Porta Maggiore. Disegnate da Andrea Palladio e Antonio da Sangallo il giovane, si compongono di un edificio con orientamento Est-Ovest, a pianta non simmetrica. Oggi se ne può ammirare, a pochi passi da Porta Maggiore, la cisterna di alimentazione. L’ingresso, colonnato, era ad Oriente nei pressi della cisterna. Fra il 317 e il 322, l’Augusta commissiona una generale trasformazione del Sessorium. Riutilizzando l’Atrio del complesso severiano (dal verbo sedeo, risiedere), realizza un luogo di culto nel quale, in seguito, verrano traslate le reliquie rinvenute in Palestina. Si ipotizza la presenza di un Battistero; nel Medioevo prenderà il nome di Hierusalem. Un’aula a pianta rettangolare, preceduta da una facciata del tempo di Benedetto XIV Lambertini, dall’inizio del V secolo viene trasformata in chiesa. L’ingresso, che oggi ancora si vede lungo il fianco sinistro (Nord; dall’esterno), viene murato ed uno nuovo (quello attuale) è realizzato ad Ovest. Colpisce, lungo i lati lunghi una serie di 5 ampie finestre, in parte decorate con marmo. Gran parte del lato breve di fondo (orientale) venne demolita per far posto alla grande abside. Sulla destra di quest’ultima si apre la Cappella di S. Elena, di fondazione costantiniana, con un’epigrafe e una statua onorarie a lei dedicata; orna l’ambiente un mosaico rinascimentale (Gesù benedicente) rifacimento di un originale di Valentiniano III, forse coperto. L’articolazione dell’originaria aula severiana in 3 navate, mediante 2 file di 6 colonne disposte per assi longitudinali, sembra risalire ai tempi di Lucio II. Sotto il pavimento della cappella di s. Elena sarebbe stata sparsa la terra del Calvario. Disegna il paesaggio uno splendido campanile romanico attribuibile a papa Lucio II.

La Chiesa di S. Lorenzo fuori le Mura. Sorge lungo la via Tiburtina, un tempo preceduta da un lungo portico per proteggere i pellegrini, la Basilica dedicata a San Lorenzo.

Ancora nel XIII secolo era conosciuta come Laurentiopolis in quanto sembrava un’abbazia vera e propria: mura di cinta, torre di avvistamento, due basiliche una delle quali trasformata in presbiterio, biblioteca greca e latina e monastero. Ma andiamo con ordine. Il nostro s. Lorenzo, diacono, intorno al 258 venne ucciso insieme a papa Sisto II (la Depositio martyrum dà il giorno del 10 agosto per la sepoltura del primo); i due sono venerati in una Cripta, collocata in un terreno di cui era proprietaria Ciriaca. Nel medesimo cimitero trovò posto anche un centurione: Ippolito. Sono principalmente tre i nuclei cultuali della Città di San Lorenzo (Laurenziopoli): una Basilica maior, una Basilica pelagiana (minor) e una Basilica onoriana. Secondo il Liber Pontificalis, Costantino monumentalizzò, con scale di afflusso e deflusso e arredi d’argento la tomba del martire e, inoltre, fece costruire una Basilica circiforme detta maior (come sulla via Labicana presso la Catacomba di Pietro e Marcellino, sulla Nomentana al fianco di S. Agnese e sulla via Ardeatina). Essa, per distinguerla dalla minor, aveva ingresso ad Est e abside sotto l’ingresso attuale del cimitero Verano; 5 entrate s’aprivano nel lato rettilineo ad Oriente. Nella maior, scandita da colonne all’interno poi spostate nella basilica duecentesca che oggi conosciamo (onoriana), erano collocate sepolture consentite dalla casa imperiale perché il luogo era di particolare significato. L’ultimo a commissionare restauri è stato il papa Adriano I (772-795); la dedicò alla Madonna. Pelagio II (579-590) monumentalizzò la Cripta costantiniana trasformandola in chiesa (minor). Una particolarità: l’aula era affiancata, in parte lo è ancora da una collina (detta “Pincetto”). Gli architetti del papa tagliarono buona parte delle pendici ottenendo un luogo di preghiera a pianta rettangolare; l’abside (se ne scorge una piccola parte a destra dell’altare) si apriva ad Ovest, mentre l’ingresso era ad Est. Sull’arco trionfale un bel mosaico del VI secolo rappresenta Gesù fra S. Pietro e S. Paolo e ancora, procedendo verso l’esterno, S. Lorenzo con Pelagio II che sostiene un modellino della chiesa (a sinistra) e S. Stefano con S. Ippolito (a destra). Betlemme e Gerusalemme rappresentano, simbolicamente, l’antico e il nuovo Testamento. L’epigrafe commemorativa così recita: Marturium flammis olim lev(i) vita subisti / iure tuis templis Lux Beneranda (!) redit.

La chiesa di papa Pelagio è scandita in tre navate grazie a due file di colonne, prese forse dalla villa di Lucio Vero, con splendidi capitelli corinzi del II secolo. Un maestoso matroneo d’ispirazione bizantina, cui si accedeva direttamente dalla collina, copre le due navatelle. La cripta, costantiniana, si apre tuttora sul pavimento, protetta da una sopraelevazione costruita nel Duecento al momento delle trasformazioni di Onorio III. Dove in origine era l’ingresso (ad Oriente, come per la Basilica maior) oggi sorge una splendida cappella, con mosaici ispirati ai capolavori ravennati, per la sepoltura di papa Pio IX. Di Virginio Vespignani sono i restauri adiacenti. Così come riscontrato nella Basilica di s. Paolo, Onorio III (1216-1227), demolendo l’abside del VI secolo, fece costruire un’aula più capiente, adeguata all’accresciuto flusso di fedeli: ruotò di 180 gradi l’orientamento del luogo di culto. Questo monumento, nel quale facciamo ingresso venendo da Ovest, presenta pregevoli affreschi duecenteschi nel nartece che raccontano la vita di Lorenzo. La basilica attuale, suddivisa in tre navate, conserva – nonostante le tristi vicende novecentesche – un bel pavimento cosmatesco e gli amboni. Da segnalare quello “del vangelo”: sul pulpito si staglia un’aquila nel gesto di stringere tra i suoi artigli un leone.

Benché non attribuibile ad un preciso programma edilizio imperiale, la Basilica di S. Maria in Trastevere va visitata per la sua eccezionale antichità e bellezza artistica. Sul sito ufficiale della chiesa, è oggi possibile muoversi tridimensionalmente grazie ad un tour virtuale (https://www.santamariaintrastevere.it/) di eccezionale bellezza. La scelta del luogo ha un’origine molto antica. Nell’anno 38 a.C., riferisce San Girolamo nel Chronicon, sarebbe sgorgata una sorgente di petrolio dal terreno (va ricordato che questo è un periodo di premonizioni; basti ricordare il puer della IV Ecloga di Virgilio). Su questo luogo sorse, poi, una taberna meritoria, in altre parole una sorta di ospizio per soldati in pensione. La crescente comunità cristiana di Roma, negli anni di Alessandro Severo (222-235), che mai perseguitò la nuova religione, chiese di poter utilizzare come luogo di preghiera quest’ambiente. L’imperatore, stando alla Historia Augusta, avrebbe acconsentito spiegando che “un luogo di culto comunque valesse meglio di una bettola”. La basilica che possiamo vedere oggi risale a papa Innocenzo II (1130-1143), tuttavia essa si imposta su una precedente voluta da Giulio I (337-352): Siamo negli anni dell’imperatore Costanzo II, figlio di Costantino. Sulla base delle poche informazioni archeologiche, essa si articolava in tre navate, di cui quella centrale conclusa da un’abside; due file di 10 colonne scandivano gli spazi.

Una evoluzione storica simile ebbe la Basilica di S. Marco evangelista a Piazza Venezia. Si tratta di una delle più antiche chiese romane; sorse nel centro della città imperiale. Siamo a poche decine di metri dalla via Lata (o Flaminia), ricalcata dalla attuale via del Corso. Prestava servizio in questo titulus un certo “lettore”, che probabilmente abitava nel vicus Pallacinae cui accenna Cicerone nell’orazione pro Roscio Amerino (capitolo 132). Secondo la tradizione, alle pendici del Campidoglio visse l’Evangelista Marco, venuto a Roma con san Pietro: in quei luoghi avrebbe fondato un oratorio. Successivamente il papa Marco (337-340) trasformò l’originario oratorio in basilica, non appena cessarono le persecuzioni contro i cristiani, con il contributo dei doni avuti da Costantino. Della basilica originaria, sostituita da quella più grande di Gregorio IV (827-844), che con mosaico absidale originario e abbellimenti barocchi oggi ammiriamo, restano un pavimento in opus sectile, alcune colonne e parte dei muri perimetrali. Il primitivo luogo di culto doveva essere molto povero; forse solo un’aula a pianta rettangolare priva di suddivisione interna. Relativo ad una seconda fase edilizia è un Battistero costruito nei pressi del portico rinascimentale.

La Basilica di papa Marco sulla via Ardeatina. Nota dal Liber Pontificalis come una delle due realizzazioni del pontefice Marco (insieme alla chiesa sulla via Lata), sulla collina delle Catacombe di s. Callisto è stata riportata alla luce uno dei complessi circiformi d’età costantiniana. Siamo intorno all’anno 336. Papa Marco (scelse il nome ispirandosi all’Evangelista) la volle creare un’area cimiteriale di rispetto e preghiera al fianco della piccola basilica e della Catacomba di Balbina. Quest’ultima, come segnala la Depositio episcoporum, era la proprietaria del terreno. Nella basilica, che è stata scavata nel corso degli ultimi 30 anni sulla destra della salita verso s. Callisto, è stata ritrovata la sepoltura (originaria) di Marco, più altre 2500 fra formae, loculi e sepolture familiari a più piani ipogei. Sulle lastre di chiusura era dipinto l’epitafio. Quattro mausolei sono stati studiati lungo il fianco sinistro della basilica.

La Basilica di s. Sebastiano sull’Appia. Meglio conosciuta con il titolo di Basilica Apostolorum, sorse su commissione di Costantino (poi conclusa negli anni di Costanzo II e Giuliano), al III miglio della regina viarum per commemorare le spoglie degli Apostoli Pietro e Paolo che qui sostarono. Il luogo della Memoria, che oggi possiamo contemplare nella “Triclia”, posta sotto la navata maggiore, si sviluppò per dare ospizio sicuro ai resti di Pietro e Paolo durante la persecuzione di Valeriano; siamo nel 258. Le norme di questo imperatore vietavano alle comunità cristiane di radunarsi per celebrare il proprio culto anche nei “cosiddetti cimiteri”. Dal che sembra potersi dedurre che le cave di pozzolana (“presso le cavità”) sulla via Appia giuridicamente non fossero considerate cimitero cristiano. Le fonti storiche che attestano, qui, la sepoltura, provvisoria, di Pietro e Paolo sono: la Depositio martyrum e il Martyrologium Hieronimianum, rispettivamente del 336 d.C. e degli inizi del V secolo. La chiesa, a poche centinaia di metri da via delle Sette Chiese, riceverà il nome di s. Sebastiano solo nell’età medievale. La basilica è di quelle “a deambulatorio” o “circiformi”. Entrambe le denominazioni si legano alla funzione del luogo: di sepoltura e preghiera in prossimità di uno o più santi. Il deambulatorio poteva servire per i cortei funebri, per lo svolgimento dei banchetti, per usufruire di uno spazio aggiuntivo dietro l’abside. Si potrebbe parlare (come nel rescritto di Valentiniano II, Teodosio ed Arcadio che spiega il restauro di s. Paolo) di elaborare un modello logistico pro studio devotionis. L’accostamento, figurato, alla pianta del circo è dovuto alla facoltà di girare tutt’intorno a un punto di riferimento: non a caso chiamato “Meta”. La basilica, come si apprezza nel bel percorso museale, era a tre navate, con un nartece e un atrio tra l’ingresso e l’Appia.

La Basilica per i santi Pietro e Marcellino e il Mausoleo di Sant’Elena. Una estesa e produttiva villa imperiale, denominata ad duas lauros, sorgeva a cavallo del III miglio della via Labicana (oggi Casilina). Ne era proprietaria, agli inizi del IV secolo, Helena Augusta. La villa doveva comprendere una notevole pars fructuaria, fra vigneti e uliveti. Il mausoleo, progettato per ospitare le spoglie di Costantino (poi sepolto come abbiamo visto a Costantinopoli), è uno dei più importanti complessi architettonici della Roma paleocristiana del IV secolo: lo si fa risalire (grazie ad una moneta) al 324 d.C. L’edificio a pianta circolare prevede due tamburi cilindrici sovrapposti, il superiore con diametro minore, originariamente protetti da una copertura a cupola. La circonferenza interna è movimentata da 8 nicchie, alternativamente a pianta semicircolare e rettangolare. Dal punto di vista ornamentale, le pareti interne erano rivestite di marmo, mentre l’intradosso della cupola a mosaico. Vi si accedeva da Sud, cioè dalla Casilina. Il bellissimo sarcofago di Elena, in porfido rosso, è oggi conservato ai Musei Vaticani. Il toponimo Tor Pignattara si deve all’accorgimento ingegneristico di murare alle reni della cupola anfore vuote, con l’obiettivo di alleggerirne il carico. Sul retro del monumento, l’imperatore volle, anche qui, una basilica circiforme per onorare i santi Pietro e Marcellino (rispettivamente, presbitero e esorcista).

La Basilica anonima della Villa dei Gordiani. Si conservano alcuni resti, sul fianco orientale del Mausoleo della Villa degli imperatori Gordiani sulla via Prenestina, di una basilica circiforme del IV secolo. Alla luce delle conoscenze attuali non si può stabilire in relazione a quale sepoltura sia stata realizzata. Della basilica rimangono alcuni pilastri con archi soprastanti in opera vittata, costituita da mattoni e blocchetti di tufo, e il muro perimetrale che disegna una pianta lunga circa 67 metri con la facciata rivolta ad est e leggermente obliqua rispetto all’asse principale.

S. Paolo fuori le Mura. Come per la Basilica di s. Pietro, l’imperatore Costantino volle proteggere e rimarcare la tomba dell’Apostolo con un tropaion, a cura del presbitero Gaio. Il monumento, estremamente più piccolo dell’attuale, si apriva sulla via Ostiense, con abside ad Ovest; risale agli anni 314-335. Pochi anni dopo Valentiniano III, Teodosio ed Arcadio rifecero totalmente l’aula, ruotandola di 180 gradi. La ragione di ciò è in un rescritto imperiale: per garantire all’accresciuta comunità cristiana la contemplazione della sepoltura dell’Apostolo, per fornire una decorazione più consona e per venire incontro (anche dal punto di vista logistico) alle esigenze devozionali. La basilica, così come noi la vediamo nonostante il rifacimento ottocentesco, fu ultimata negli anni di Onorio (395-402/3). Lo splendido mosaico sull’arco trionfale è stato realizzato da Leone Magno, tra il 440 ed il 461, su commissione di Galla Placidia figlia di Teodosio.


 

Per saperne di più:

Ammiano Marcellino, Le storie, Novara 2013.

Eusebio di Cesarea (in Palestina): Preparazione evangelica e Storia ecclesiastica (dalle origini a Costantino).

Lattanzio (retore africano, precettore dei figli di Costantino): Divinae institutiones (nelle quali si cerca di dimostrare l’ontologica predominanza del monoteismo sul politeismo), De opificio Dei (sulla provvidenza), De ira Dei (in contrasto con epicurei e stoici) e De mortibus persecutorum (di particolare importanza, giacché dimostra una certa familiarità dell’autore con gli archivi imperiali).

M.R. Barbera, Costantino. 313 d.C., catalogo della Mostra (Mondadori), Milano 2013.

O. Brandt, L’Oratorio della Santa Croce, in Mélanges de L’École Francaise de Rome, 116, 2004, pp. 79-93 (disponibile on line: sull’Oratorio distrutto del Battistero lateranense).

O. Brandt, F. Guidobaldi, Il Battistero lateranense: nuove interpretazioni sulle fasi strutturali, in Rivista di Archeologia Cristiana, 84, 2008, pp. 189-282.

A. Carandini, P. Carafa (a cura di), Atlante di Roma antica, 1-2, Milano 2012.

F.E. Consolino, Elena. De stercore ad regnum, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 117-131.

J. Curran, Il governo di Roma e la Nuova Roma, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 113-149.

H.A. Drake, Il 313: Costantino e i Cristiani, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 167-175.

A. Ferrua, La Basilica di s. Sebastiano, Città del Vaticano 1990.

A. Filippini, G.L. Gregori: Luoghi di culto pagano in Italia e nelle altre province dai Tetrarchi a Teodosio: la documentazione epigrafica, in: T. Canella (a cura di), L’impero costantiniano e i luoghi sacri, Bologna 2016, pp. 213-257.

V. Fiocchi Nicolai, Via Ardeatina, II miglio. La basilica circiforme (Basilica Marci), in F.R. Paolillo, M. Pontisso, S. Roascio (a cura di), Patrimonium Appiae. Depositi emersi, Mantova 2022, pp. 541-546.

G.L. Gregori, A. Filippini: L’epigrafia costantiniana. La figura di Costantino e la propaganda imperiale, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 517-541.

F. Guidobaldi, Roma costantiniana, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 453-469.

R. Krautheimer, Corpus Basilicarum Christianarum Romae, 1, Città del vaticano 1937.

R. Krautheimer, W. Frankl, S. Corbett, Corpus Basilicarum Christianarum Romae, 2, Città del Vaticano 1959.

R. Krautheimer, Sp. Corbett, W. Frankl, Corpus Basilicarum Christianarum Romae, 3, Città del Vaticano, 1967.

R. Krautheimer, Sp. Corbett, W. Frankl, Corpus Basilicarum Christianarum Romae, 4, Città del Vaticano 1970.

R. Krautheimer, Sp. Corbett, A.K. Frazer, Corpus Basilicarum Christianarum Romae, 5, Città del Vaticano 1977.

R. Krautheimer, S. Corbet, R. Malmostrom, R. Stapleford, La Basilica costantiniana al Laterano. Un tentativo di ricostruzione, Rivista di Archelogia Cristiana, 43, 1967, pp. 125-154.

R. Krautheimer, Roma. Profilo di una città, Roma 1981.

Lexicon topographicum Urbis Romae. Suburbium, 3, Roma 2005 (relativamente al Mausoleo di Sant’Elena, alla basilica circiforme per i santi Pietro e Marcellino e alla villa imperiale), pp. 45-49.

P. Maraval, Il battesimo di Costantino, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 197-202.

S. Margutti, Costantino e i templi, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 303-315.

A. Paribeni, Le città costantiniane: da York a Gerusalemme, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 433-451.

P. Pensabene, Roma su Roma. Reimpiego architettonico, recupero dell’antico e trasformazioni urbane tra il III e il XIII secolo, Città del Vaticano 2015.

S. Pugliatti, Il diritto. Prima e dopo, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 599-613.

J. Szidat, Il 311: l’Editto di Sardica, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 153-166.

J. Wienand, La famiglia e la politica dinastica di Costantino in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 23–52.

Enciclopedia Costantiniana della Treccani, in varie voci, disponibile anche on line;

https://www.basilicasanlorenzofuorilemura.it/services/storia/

Una riflessione del prof. Alessandro Barbero:

https://www.youtube.com/watch?v=Mu2o8amNew0

 

8-2-2026 Sulle tracce della Birra Peroni
 

Percorso nei luoghi storici della sua produzione
ITINERARIO https://maps.app.goo.gl/Tcjnre1tbEjEa1jA7


1. Borgo Santo Spirito.
Il primo stabilimento romano della Peroni fu aperto nel 1864, in via Due Macelli, nella sede
dell’attuale Salone Margherita.
La sede successiva fu quella di Borgo Santo Spirito (circa 1871–1896). Il birrificio si trasferì qui in
un immobile affittato dall’amministrazione del manicomio di Santa Maria della Pietà.
Fondata nel 1846 da Francesco Peroni, la birreria nasce in un contesto di incipiente
industrializzazione post-unitaria. Il clima della pianura padana e la disponibilità di cereali rendevano
il nord Italia adatto alla produzione di birra.
La storia inizia a Vigevano, dove Francesco Peroni inaugura una piccola fabbrica con annessa
birreria aperta al pubblico e inizia la produzione di birra targata Peroni. Ottenendo il permesso di
posticipare l’orario di chiusura di mezz’ora rispetto alle osterie, Francesco assicura subito il successo
del suo locale.
Ma fu con l’apertura del primo stabilimento romano nel 1864, ad opera del figlio Giovanni, che
l’impresa assunse una dimensione nazionale.

2 La scelta di Roma, capitale appena proclamata, fu strategica: la città offriva un ampio bacino di
consumatori e la possibilità di sfruttare antichi sistemi idrici, come l’Acquedotto Marcio, per ottenere
acqua di qualità, elemento cruciale nella produzione birraria.
Nel 1896 il giovane Cesare Peroni si recò in Germania per apprendere il metodo a bassa
fermentazione, con il quale la qualità della birra si innalza notevolmente. Per attuare concretamente
quanto appreso in Germania, la ditta Peroni si fonde con la maggiore fabbrica di ghiaccio capitolina.
Infatti nel 1901, con l'acquisizione della Società Romana della fabbricazione del ghiaccio e della
neve artificiale, la Peroni incrementa la sua diffusione nella zona romana, anche grazie ad una
squadra di carri a trazione animale deputati alle consegne della birra[6].
Nei primi anni del Novecento la diffusione sul mercato della Peroni viene promossa tramite mascotte
popolari, personaggi come il ciociaretto, che deve il suo nome alle ciocie, tipiche calzature con lacci
usate dai pastori nel basso Lazio.
Foto: Ciociarietto – Giovanni Peroni

Pausa Caffè – via Cola di Rienzo 112 (Caffè Portofino)

3. Cittadella industriale di Porta Pia (1901–1970) (Piazza Alessandria)
Nel 1901 lo stabilimento fu trasferito in zona Porta Pia, all’interno di un vasto complesso industriale
dotato di ghiacciaie, silos, depositi e uffici. La Peroni fu tra le prime aziende italiane a dotarsi di
sistemi di refrigerazione meccanica, innovazioni tecnologiche che le permisero di mantenere
standard elevati anche durante i mesi caldi, contribuendo alla de-stagionalizzazione del consumo.
Negli anni Venti viene inaugurato un nuovo stabilimento produttivo a Bari e viene lanciato un nuovo
formato da 20 centilitri, il "Peroncino", che godrà di grande successo.
Negli anni ’30, in pieno regime fascista, la Peroni beneficiò della politica autarchica che incentivava
l’uso di materie prime nazionali. La birra fu promossa come bevanda “sana” e “moderna”, alternativa
al vino, in linea con il mito dell’uomo nuovo.
Il periodo della Seconda guerra mondiale è per tutti gli Italiani un periodo estremamente duro, ma
rappresenta anche l’occasione per dimostrare uno spirito di solidarietà ed un eroismo notevoli.
A Roma la società Birra Peroni si rende protagonista soccorrendo la popolazione civile – dopo i
bombardamenti alleati – con la distribuzione dell’acqua dei pozzi della società, episodio di cui molti
ancora conservano il ricordo.
Durante l’occupazione di Roma nacque all’interno di questa fabbrica un nucleo partigiano, composto
da operai e tecnici della fabbrica, che fu protagonista della difesa del quartiere grazie alle armi
nascoste nei locali della Peroni e del vicino Museo dei Bersaglieri.
A partire dagli anni '60 la Peroni conosce un periodo di diffusione in tutta Italia, grazie allo slogan
ideato da Nicola Lepore (1921-2000) Chiamami Peroni, sarò la tua birra e ad una serie di campagne
pubblicitarie: la prima con protagonista la modella tedesca Solvi Stübing[11] e, poi, dopo di lei, Jo
Whine, Michelle Gastar, Anneline Kiel, Lee Richard, Milly Carlucci, Filippa Lagerbäck, Adriana
Sklenaříková, Jennifer Driver e Camilla Vest[12][13].
Nel 1963 viene lanciata sul mercato la Nastro Azzurro, che è diventare negli anni 2000 la birra
italiana più venduta sui mercati all’estero.

La cosiddetta “Cittadella Industriale”, era situata nel Quartiere Salario – tra Piazza Alessandria, Via
Bergamo, Via Mantova, Via Nizza, Via Cagliari, Via Reggio Emilia.
Stabilimento costruito ex-novo dopo la fusione con la Fabbrica del Ghiaccio (1901), realizzato in lotti
(A, B, C) da Gustavo Giovannoni (e Panopoli per il lotto C) tra 1902 e 1922.
• Lotto A: lavorazione birra (tra via Bergamo, piazza Alessandria, via Mantova, via Nizza)
• Lotto B: fabbrica del ghiaccio e produzione per il fuori Roma
• Lotto C: scuderie, carri, servizi di supporto (via Cagliari, via Nizza, via Reggio Emilia)
Dopo il trasferimento a Tor Sapienza l’area è stata conservata e riqualificata dal Comune negli anni
1980–1990.
• Lotto A: uffici, negozi, residenze;
• Lotto B: uffici Peroni e parcheggi;
• Lotto C: MACRO – Museo di Arte Contemporanea.
Foto: Motocarro – Imbottigliamento – Stabilimento Bari - Caroselli – Solvi Stubing

4. Via del Cardello
Il primo stabilimento romano fu aperto nel 1864 in via Due Macelli, nei locali in cui oggi si trova il
Salone Margherita.
Le sedi successive furono:
• Borgo Santo Spirito (1871–1896).
• Via del Cardello (zona Colosseo) (1896–1901), sede produttiva, attiva fino al trasferimento
a Porta Pia.
Lo stabilimento e sede produttiva moderna, situato a Tor Sapienza, in Via Renato Birolli 8, ed è stato
inaugurato nel 1971, per sostituire lo stabilimento storico della Cittadella Industriale.
Birra Peroni fu autonoma fino al 1988 quando passò sotto acquisizione di Danone, nel 2003 passò
sotto gestione della multinazionale SABMiller, e dal 2016 fa parte del gruppo multinazionale
giapponese Asahi Breweries (una dei primi 10 produttori a livello mondiale).
Lo stabilimento di Tor Sapienza ha una capacità produttiva di 3 milioni hl/anno ed impiega oltre
350 persone.
E’ un complesso moderno con diverse aree produttive: mosto, birra, filtri, confezionamento,
magazzini, impianti di depurazione, centrali, uffici, laboratorio. La progettazione è moderna, con
attenzione alla sostenibilità (riduzione consumi idrici/energetici, LEED, riduzione CO₂)
Il Museo e Archivio Storico Birra Peroni sono ospitati in questa sede; l’accesso è gratuito per
gruppi su appuntamento.

DETTAGLI SULLA CITTADELLA INDUSTRIALE DI PORTA PIA
Il Lotto A: Nella sua prima configurazione – e fino al 1907 – l’attività produttiva era concentrata nel
lotto compreso tra piazza Alessandria, via Mantova e via Bergamo (lotto “A”), dove si trovavano gli
impianti di fabbricazione della birra, del ghiaccio e le celle frigorifere. Affacciato su piazza
Alessandria, uno châlet-birreria di legno in stile Liberty, con giardino esterno, fu costruito nel 1902
per il consumo di birra in loco. Una prima sostanziale modifica allo stabilimento industriale fu
apportata nel 1908 con la costruzione del Sudhaus (sala di cottura) in angolo con via Bergamo,
progettato da Gustavo Giovannoni e ancora esistente.

La Ristrutturazione del 1912: Nel 1912 una profonda ristrutturazione dello stabilimento condusse
tra l’altro allo smantellamento dello châlet e delle celle frigorifere, alla costruzione di “quartierini
operai” nelle vie Brescia, Nizza e Bosi e all’estensione dello stabilimento ai lotti “B” e “C”, già di
proprietà dell’azienda.

Il Lotto B: Nel lotto “B”, compreso tra le vie Mantova e Alessandria, si costruirono un reparto per il
servizio del mercato fuori Roma e una nuova fabbrica di ghiaccio, sempre su progetto di Gustavo
Giovannoni, con facciata su via Alessandria.

Il Lotto C: Nel lotto “C”, compreso tra le vie Reggio Emilia, Nizza e Cagliari furono edificate le
scuderie e la rimessa dei carri per il servizio cittadino. Era il lotto destinato ai servizi di supporto alla
produzione di birra e ghiaccio. Il fronte su via Reggio Emilia fu progettato da Gustavo Giovannoni
nel 1912. Il fronte su via Cagliari e quello in angolo con via Nizza furono aggiunti tra il 1920 e il 1922,
su progetto dell’architetto Alfredo Palopoli, in concomitanza con la costruzione di una nuova, ed
ultima, fabbrica di ghiaccio, i cui impianti furono definitivamente smantellati all’inizio degli anni
Sessanta

 

 

MONUMENTI INGLOBATI

NELLE MURA AURELIANE

 

2026-01-11 Monumenti mura Aureliane

La più colossale costruzione dell’Italia antica ingloba in se monumenti imponenti ancora più antichi delle mura stesse.

 

Le mura Aureliane rappresentano la più colossale costruzione dell’Italia antica. Si tratta delle mura più estese d’Europa. Le mura Aureliane furono costruite dall'imperatore romano Aureliano tra il 270 e il 275. Dopo aver subito numerose ristrutturazioni oggi si presentano in un buon stato di conservazione come poche città italiane possono vantare, ad esempio a Firenze le mura furono demolite con l'Unità d'Italia, restano solo alcune porte. Oggi sono lunghe Km 12,5.

Nel 260 gli Alemanni erano riusciti ad arrivare fino a Roma ma rinunciarono a saccheggiarla, nel 270 l'imperatore Aureliano riuscì ad arrestare gli Alemanni e i Goti presso Piacenza, non senza difficoltà. Ci si rese conto allora della necessità di proteggere la città con delle mura poiché lo Stato versava in una situazione di profonda crisi. La costruzione delle mura iniziò nel 271 e ci vollero due anni di lavori, ma il completamento avvenne solo nel 280 con l'imperatore Probo. Il progetto era improntato alla massima velocità di realizzazione e semplicità strutturale. Certamente gli esperti militari ebbero un ruolo fondamentale nella realizzazione delle mura. A Massenzio si devono alcuni interventi di rinforzo delle mura e alla costruzione di un fossato che però fu concluso da Costantino.

Il tracciato seguiva in buona parte gli uffici di dogana che si trovavano lungo le vie di accesso alla città, si trattava di una linea immaginaria fissata nel 175. Per una maggiore velocità di esecuzione dell'opera diverse costruzioni preesistenti vennero incluse nei 19 Km di perimetro, fra queste: il Castro Pretorio, l'Anfiteatro Castrense e la Piramide Cestia. Inoltri diversi tratti degli acquedotti vennero inglobati nelle mura.

Le mura di Roma erano alte dai 6 agli 8 metri, più due metri di fondazione, avevano uno spessore di m 3,30. Per risparmiare le spese di esproprio il 40% del perimetro venne fatto passare su terreno demaniale. Ogni 30 metri vi era una torre, in tutto erano 381, avevano pianta rettangolare (ai lati delle porte erano cilindriche, si discute se questa fosse una innovazione di Onorio!). Nelle mura si aprivano 14 porte oltre a diversi passaggi secondari. Sul cammino di ronda esistevano 116 servizi igienici.

Una delle maggiori preoccupazioni dei romani era la necessità di rifornimento idrico, per questo le mura si spinsero al di là del Tevere a comprendere l'attuale rione Trastevere e il Gianicolo. Nel V secolo si presentò la minaccia dei Goti di Alarico. L'imperatore Onorio, o meglio il suo generale Stilicone, in un paio d'anni intorno al 403 raddoppiò l'altezza delle mura, dai 6 - 8 metri si passò ad almeno 10,5 -15, venne creato un doppio camminamento, uno inferiore coperto (era il primo camminamento di ronda) ed uno superiore, scoperto e con la merlatura. Il mausoleo di Adriano venne inglobato nel percorso delle mura ed anche l'area del colle Vaticano venne circondata da mura. Nonostante questi lavori il 24 agosto del 410 i Goti di Alarico entrarono a Roma per la porta Salaria e la saccheggiarono. Gli Unni di Attila vennero fermati "più o meno miracolosamente" da Leone il Grande, preoccuparono di più i Vandali di Genserico che nel 455 riuscirono ad entrare a Roma per porta Ostiense e Portuense e la saccheggiarono per la seconda volta. La città era stremata da una pestilenza del 442 e da un terremoto del 443. Alla fine del secolo il re Ostrogoto Teodorico restaurò le mura di Roma dopo che si era impadronito di tutta l'Italia (tolta ad Odoacre re degli Eruli). Le mura ressero all'assedio di Vitige nel 538, questa volta la città era difesa da Belisario, generale dell'imperatore d'Oriente Giustiniano. Quarant'anni dopo ci fu il ventennale assedio dei longobardi ad una città ridotta a poche migliaia di abitanti.

Il potere politico passò alla Chiesa cattolica, fu la volta di papa Pio IV a restaurare le mura nella seconda metà del Cinquecento, l'intervento comprese anche una nuova edificazione di mura al posto delle mura Leonine (volute da papa Leone IV) intorno alla basilica di San Pietro. Nel Cinquecento vennero eretti i bastioni da Antonio da Sangallo il Giovane tra porta San Sebastiano e porta del Popolo, nel Seicento vennero erette le mura Gianicolensi (Urbano VIII). Le mura restarono nella loro funzione difensiva fino al 20 settembre 1870 quando con la presa di porta Pia venne posta la fine del potere temporale dei papi e Roma divenne la capitale d'Italia. Proprio il continuo uso militare delle mura ne ha permesso il buono stato di conservazione.

In vista dell'Anno Santo del 2000 il Comune di Roma ha speso 30 miliardi di lire per il restauro dell'intero perimetro, nonostante ciò nella Pasqua del 2001 (15 aprile) è crollato un tratto di 20 metri in via di Porta Ardeatina, mentre il 1° novembre 2007 è crollato un altro tratto di 10 metri in viale Pretoriano al quartiere San Lorenzo. Il CNR e l'Università di Tor Vergata hanno iniziato un lavoro di TAC per monitorare la manutenzione di tutta la struttura. Nella zona di porta Pinciana e porta Tiburtina vi sono ancora abitazioni private.

Un museo delle Mura è allestito all'interno di porta San Sebastiano, dove è anche possibile percorrere un tratto del camminamento coperto. Un altro tratto è stato reso agibile sopra porta Asinaria, se ne attende l'apertura al pubblico.

 

PORTA SAN PAOLO

Tra le più imponenti e meglio conservate, resa caratteristica per la vicinanza con la Piramide Cestia. Il luogo è caro alla memoria dei romani perché luogo di difesa della città in occasione dell'armistizio dell'8 settembre 1943, è diventato il simbolo della Resistenza romana.

Prima e dopo la Piramide Cestia esistevano due porte vista l'intensità di traffico che intercorreva tra Roma e Ostia. La porta a Ovest della Piramide venne presto chiusa perché da qui si accedeva ai Granai che si trovavano alla Marmorata (Testaccio) ed erano meglio raggiungibili da porta Portese.

Ovviamente il nome primitivo era porta Ostiense per la via Ostiense1 che ne usciva. E' altrettanto ovvio che prese il nuovo nome perché da questa porta si usciva per andare sulla tomba dell'apostolo Paolo, ovvero alla basilica di San Paolo fuori le Mura. Con Onorio (401-403) le due porte furono ridotte ad una, per meglio difendere la posizione, mentre nella controporta rimasero due porte. Come per le altre porte fu creata una fila di finestre per dare luce alla camera di manovra. La nuova porta fu più alta di un metro sul livello stradale che nel frattempo di era alzato. Contemporaneamente le due torri laterali vennero rialzate, munite di finestre e merli. La lapide commemorativa che Onorio era solito collocare sopra il passaggio rimase sul posto almeno fino al 1430, ora è dispersa.

Nel 549 gli Ostrogoti di Totila riuscirono a penetrare da qui per il tradimento della guarnigione.

All'interno della porta si trovava il Museo della via Ostiense con le ricostruzioni dei porti di Ostia e dei monumenti ritrovati lungo la via. Conservava materiali provenienti dal territorio compreso tra Roma e Ostia. Vanno segnalati tre arcosoli, dipinti provenienti da una tomba del III secolo ritrovata presso la Basilica di San Paolo, numerosi calchi di iscrizioni e cippi funerari. Nella torre orientale vi sono resti di affreschi databili tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, decorazioni di una cappella della comunità bizantina. Tutto il materiale contenuto in questo museo è stato trasferito alla Centrale Montemartini..

Il luogo fu teatro dei combattimenti (10 settembre 1943) tra militari italiani (Granatieri di Sardegna) e cittadini romani contro i tedeschi che volevano occupare Roma dopo l'armistizio e la fuga del re a Brindisi nella parte liberata d'Italia. L'avvenimento segnò l'inizio della Resistenza romana. Più lapidi ricordano i combattimenti che rivestirono più un valore simbolico. In occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia (2012) sul piazzale a sinistra della Piramide è stato ricollocato un piccolo monumento che ricorda l'8 settembre.

Il 6 luglio 1960 si tenne una manifestazione dei partiti di sinistra per protestare contro i fatti di Genova dove le proteste contro il governo Tambroni, sostenuto dal MSI, si erano unite alle proteste per il congresso che il MSI voleva tenere nella città di Genova, medaglia d'oro durante la Resistenza. Tali manifestazioni erano state fortemente represse. La manifestazione di Roma non era autorizzata, il corteo appena giunto da viale Aventino venne attaccato dai reparti celere e da un reparto di polizia a cavallo guidata da Raimondo d'Inzeo. In seguito alle percosse riportate morirà la guardia Antonio Sarappa, due mesi dopo all'ospedale militare del Celio.

Ogni anno in occasione del 25 aprile si tengono cerimonie pubbliche e manifestazioni in ricordo della Liberazione.

 

L'aspetto della porta è caratterizzato dalle due torri a base semicircolare o di ferro di cavallo e dall'uso del travertino. All'interno si trova la controporta che fu edificata da Massenzio, è l'unica esistente insieme a quella di porta Asinaria. Sorgeva così una piccola fortificazione in cui alloggiava la guarnigione militare e la stazione dei gabellieri per la riscossione del pedaggio sulle merci. E' un edificio nel complesso asimmetrico e irregolare con il fornice esterno non in linea con i due interni, le due torri sono poco più alte della facciata.

Sulla torre Est è presente un'iscrizione a memoria dei lavori che Benedetto XIV effettuò dal 1749 per il restauro di tutto il perimetro. Intorno al 1920 la porta fu isolata dalle mura Aureliane per agevolare il traffico cittadino che aumentava sempre di più in una zona dalle caratteristiche popolari con forti insediamenti industriali (Mattatoio, Mercati Generali, Porto Fluviale, Centrale Montemartini, Gazometro ed altri). Il tratto di mura che collegava la porta alla Piramide Cestia andò distrutto a causa di un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale (foto d’epoca), al suo posto venne costruita una strada che oggi porta il nome di Raffaele Persichetti, uno dei caduti negli scontri con i tedeschi del 10 settembre 1943.

Nella parte interna della porta si trova un’edicola sacra dedicata a San Pietro. Ecco un’immagine non dedicata a Maria o al Cristo. L’edicola è a forma di tempietto neoclassico come era il primitivo sepolcro di Pietro nelle grotte Vaticane2. L’immagine di Pietro, di stile michelangiolesco, è rivolta verso la città e protetta da un protiro. L’autore ignoto è dell’epoca di Sisto V3, il santo ha in mano le chiavi e i libri sacri.

Dal 21.12.17 la Piramide è illuminata dall’Acea, si tratta di una illuminazione permanente, dotata di un impianto con 38 barre e 4 fasci di luci led che valorizzano anche le colonne e alcuni tratti di mura. Potenziata l’illuminazione di porta San Paolo con 18 lampade a led con diverse temperature di colore. Da Repubblica del 22.12.17.

In archivio una foto degli anni Venti in cui si vede dall’alto il tratto di mura tra la piramide e la porta, dietro si vedono due capannoni per la costruzione di carrozze, adesso al loro posto che il palazzo delle Poste.

 

PIRAMIDE

Fu costruita tra il 18 e il 12 a.C. come tomba di Gaio Cestio Epulone, è in calcestruzzo con cortina di mattoni e copertura di lastre di marmo di Carrara. E’ alta m 36,40 con base quadrata di circa m 30 di lato, ha una piattaforma cementizia di base.

Fu costruita in soli 330 giorni, forse meno, su volere testamentario di Gaio Cestio, altrimenti gli eredi avrebbe perso l’eredità. All’interno vi è un’unica camera sepolcrale di m 5,95 x 4,10 e alta m 4,80, solo 1% della cubatura, volta a botte, originariamente era murata, è dipinta di bianco con sottili cornici e figure decorative in stile pompeiano. Sulla parete di fondo doveva esserci il ritratto del defunto, ora c’è un buco praticato da scavatori abusivi in cerca di tesori.

Sui lati orientale e occidentale del monumento si trova l’iscrizione con il nome e i titoli di Cestio. Il monumento, ovviamente lungo l’Ostiense, aveva una recinzione in blocchi di tufo e quattro colonne agli angoli, rialzate nel cimitero inglese e due statue del defunto.

Sempre conosciuta e ammirata, anche Petrarca ne parla e la scambia per la tomba di Remo, sulla cima venne porto il prima parafulmine di Roma che ancora esiste.

Restaurata nel 2014 grazie al mecenate giapponese Yuzo Yagi con due milioni di euro, è stata reinaugurata il 21 aprile 2015 alla presenza del sindaco Ignazio Marino e del mecenate. Il restauro ha richiesto 327 giorni, ha rivelato sfumature rosate sui marmi che si estendono su una superficie di 2.264 mq, sono state necessarie 3.701 metri lineari di stuccature.

Nell’antica Roma esistevano altre piramidi: la Meta Romuli lungo l’attuale via della Conciliazione, abbattuta nel 1499, due piramidi in piazza del Popolo al posto delle attuali chiese gemelle (prive della parte superiore o cuspide), La diffusione di questo stile funerario fu causata dalla diffusione della cultura egizia dopo la conquista dell’Egitto.

 

PORTA SAN SEBASTIANO

La più imponente e tra le meglio conservate delle porte di Roma. Il nome originario era ovviamente porta Appia perché da lì passava la regina viarum che iniziava da Porta Capena delle mura Serviane. Ebbe vari nomi porta Accia dal fiume Almone o Accia, poi porta Domine Quo Vadis, solo dopo la metà del XV secolo prese il nome attuale perché conduceva alla basilica e alle catacombe di quel santo.

Inizialmente aveva due porte tra due torri semicilindriche con copertura in travertino. In seguito le due torri furono ampliate e collegate all'arco di Druso in modo da formare un cortile interno e controporta. Ma fu con Onorio che prese l'aspetto attuale, ebbe un solo fornice, fu dotata di un attico rialzato nel quale si aprono due file di sei finestre ad arco e venne fornita di un camminamento di ronda scoperto e merlato. Le due torri ebbero una base quadrata rivestita di marmo. Stranamente mancano lapidi commemorative.

Nelle vicinanze della porta esisteva un parcheggio per i mezzi di trasporto privati, una specie di parcheggio di scambio, ovviamente per chi poteva permetterselo. Sullo stipite sinistro della porta è incisa la figura dell'Arcangelo Michele mentre uccide un drago, a fianco si trova un'iscrizione in latino medioevale in caratteri gotici in cui viene ricordata la battaglia combattuta il 29 settembre 1327 (giorno di San Michele) dai romani ghibellini contro i guelfi del re di Napoli Roberto d'Angiò.

Vi sono inoltre molte scritte incise dai pellegrini almeno fino al 1622, sono in parte leggibili, di fronte all'angelo c'è il monogramma di Cristo JHS con la croce sopra l'H, un certo Giuseppe Albani ha scritto tre volte il suo nome, fuori dalla porta a sinistra c'è anche una indicazione stradale: "DI QUA SI VA A S.GIO..." qualcuno o qualcosa l'ha interrotto.

In occasione dell'ingresso in Roma dell'imperatore Carlo V Antonio da Sangallo addobbò la porta e tutto il percorso fino al Campidoglio con statue, colonne fregi. L'avvenimento è ricordato dalla scritta sopra l'arco: "CARLO V ROM. IMP. AUG. III. AFRICANO". Un altro corteo trionfale fu quello del 4 dicembre 1571 in onore di Marcantonio Colonna il vincitore della battaglia navale di Lepanto, in tale corteo sfilarono 170 prigionieri turchi in catena.

Sulla sinistra ci sono i segni di una posterula (porta secondaria), gli stipiti non presentano segni di usura come se fosse stata usata pochissimo e poi richiusa.

Alle spalle della porta si trova il cosiddetto “Arco di Druso” non è altro che un fornice dell’acquedotto Antoniniano (diramazione dell’Acqua Marcia). Nel V secolo, sotto Onorio, l’arco fu unito alla porta a scopo difensivo per mezzo di due muraglioni di cui non rimane nulla.

Nei primi anni Quaranta gli ambienti interni furono trasformati in casa di piacere dal gerarca fascista Ettore Muti4, allora segretario del partito, gli arredi furono disegnati dall’architetto Luigi Moretti5; di quella sistemazione rimangono i mosaici in bianco e nero. In archivio vedi foto d’epoca della porta e della casa di Ettore Muti. Le armate liberatrici anglo americane entrarono in Roma il 4 giugno 1944 da porta Maggiore e porta San Giovanni, quattro giorni dopo il generale Mark Clark entrò in città da questa porta.

Oggi gli spazi interni ospitano il Museo delle Mura che documenta con modelli e materiale ritrovato nei lavori di restauro la storia millenaria delle mura. Il museo fu aperto al pubblico in via definitiva nel 1984 (gli ambienti era aperti al pubblico in maniera non continuativa), con l'attuale allestimento nel 1990. In occasione dei lavori di restauro compiuti in vista dell'Anno Santo del 2000 è stata resa accessibile al pubblico la terrazza della torre Ovest tramite una scala a chiocciola. Vi si sono tenute anche mostre di artisti contemporanei. Purtroppo il camminamento coperto di circa 400 metri che congiunge con la via Cristoforo Colombo è stato chiuso per problemi di stabilità delle mura stesse dal 3 maggio 2011, ma attualmente (giugno 2025) è aperto.

 

PORTA SAN GIOVANNI E

PORTA ASINARIA

E' la porta da cui esce la via Appia Nuova, dopo alcune centinaia di metri, si dirama a sinistra la via Tuscolana6 per Frascati. Voluta da papa Gregorio XIII7, come recita la lapide posta sul lato esterno, fu progettata da Giacomo della Porta o più probabilmente Giacomo del Duca, entrambi collaboratori di Michelangelo. La tradizione insiste sul primo nome, tale architetto morì nei pressi della porta per una indigestione di meloni e cocomeri fatta durante una gita ai Castelli.

Venne aperta nel 1574, come recita la lapide, quando si decise un nuovo tracciato della via Appia Antica (qui chiamata via Campana) e in un programma di ristrutturazione del Laterano. In conseguenza di ciò la porta Asinaria, di epoca romana, venne chiusa.

Il disegno della porta la fa somigliare all'ingresso di una villa più che ad una struttura difensiva, mancano le torri laterali. Un mascherone sovrasta l'arco.

Ai primi del Novecento la città cominciò ad estendersi oltre la porta per cui si rese necessario aprire altre porte laterali, venne interrato un corso d'acqua che passava subito fuori la porta stessa.

Da questa porta il 4 giugno 1944 le truppe liberatrici anglo americane entrarono in Roma tra due ali di folla festanti.

 

Porta San Giovanni resta cara nel ricordo dei romani per le feste legate alla notte di San Giovanni, il 23 giugno, detta la "notte delle streghe". Secondo la leggenda il fantasma di Erodiade, che aveva convinto il marito Erode Antipapa a far decapitare Giovanni Battista, riuniva tutte le streghe sui prati del Laterano. Per scacciarle i romani organizzavano una festa con fuochi artificiali per metterle in fuga. In questa occasione era tradizione mangiare le lumache le cui corna simboleggiano discordia. Celebre il festival della Canzone Romanesca nel quale vennero lanciate canzoni di grande successo. A questo è legato il nome di Romolo Balzani. Negli anni 2000/10 il IX Municipio ha cercato di rivitalizzare questa festa, di nuovo dal 2013 il VII Municipio.

 

La vicinissima porta Asinaria era solo una posterula nelle mura di Aureliano, presto però ci si rese conto che tutto il tratto tra le porte Metronia e Maggiore non era sicuro. Vennero così eretto le due torri cilindriche ai lati della porta, alte 20 metri, e si provvide al rivestimento in travertino. Divenne così l'unica porta di Roma ad avere torri cilindriche affiancate a torri a base quadrata. Un struttura così poderosa ne faceva, di fatto, una fortezza. Da questa porta usciva la via Asinaria, una strada che raggiungeva la via Latina e la via Ardeatina. Il nome è dovuto alla famiglia romana degli Asinii che avevano nella zona diversi possedimenti.

Da qui entrò in città l’esercito bizantino guidato da Belisario perché i Goti ritennero più efficace non difendere la città ma unirsi ad altri reparti e combattere al Nord. I Goti tornarono e posero un assedio che dal 21 febbraio 537 al 10 marzo 538, senza successo. In questa occasione i Goti tagliarono gli acquedotti. Tornarono dieci anni più tardi guidati da Totila, questa volta riuscirono ad entrare in città, perché la porta era aperta (17 dicembre 546), in seguito al tradimento di un manipolo di barbari in forza all’esercito bizantino, ma due anni dopo Totila deve lasciare Roma per cercare di fermare un altro esercito bizantino proveniente da Nord guidato da Narsete. Nel 1084 passarono di qui l'imperatore Enrico IV e l'antipapa Guiberto di Ravenna che scacciarono il papa legittimo Gregorio VII, ancora il re Ladislao di Napoli entrò da qui nel 1404. L'interramento della porta ne ha consentito la conservazione.

 

“Il 14 gennaio 1506, una fredda mattina romana, Felice de Fredis passeggia nella sua vigna sul colle Oppio, il terreno sprofonda sotto i piedi, viene così scoperto il gruppo del Laocoonte. Il papa Giulio II lo vuole, in cambio lo scopritore avrà gli incassi derivanti dalle gabelle della porta”. Da: Sara Fabrizi, Il Tuscolano dalla preistoria ai giorni nostri, ed. Typimedia, pag. 83.

 

Nel 1956 venne restaurata e riaperta al pubblico come passaggio pedonale, la vicinanza con il mercato di via Sannio trasformò il luogo in un mercato abusivo e illegale di generi varie e di nessun pregio. Negli anni Ottanta il Comune decise la chiusura di tutta l'area della porta con una cancellata. Nel settembre del 2006 si sono conclusi importanti lavori di restauro e scavo archeologico in tutta l'area (durati due anni), in quell'occasione è stato reso accessibile il camminamento di ronda sopra la porta e fino a Santa Croce. I lavori hanno avuto un costo di 980.000 €8. Sul lato esterno delle mura, in viale castrense due lapidi ricordano i caduti nella Prima Guerra Mondiale del quartiere e i caduti nella guerra di Liberazione del quartiere.

Il nome della porta deriva dalla via Asinaria, prosecuzione dello "stradone di San Giovanni" che confluiva nella via Tuscolana. In archivio vedi foto d’epoca di porta San Giovanni e porta Asinaria.

 

VARCO PRESSO SANTA CROCE

Dopo porta Maggiore le mura piegano bruscamente ad Est seguendo il tracciato di via Casilina e per sfruttare le arcate dell'acquedotto che con la chiusura dei fornici venne trasformato in muro difensivo. Dopo un lungo tratto piega bruscamente a Sud Ovest inglobando il Palazzo Sessoriano (il palazzo imperiale della tarda età severiana i cui resti sono compresi nell'area della basilica di Santa Croce in Gerusalemme) e l'anfiteatro Castrense (il secondo anfiteatro di Roma) di cui si vede una parte dell'ellisse. Quando i Goti assediarono Roma, approfittando del cattivo stato di conservazione di questo tratto di mura, le assaltarono, riuscirono a scavalcarle, ma si trovarono all’interno di un cortile, erano intrappolati, vennero annientati. L’entrata dell’anfiteatro presenta una cancellata che è opera di Jannis Kounellis (2007).

Al termine di questo anfiteatro, si trova la porta Santa Croce, si tratta di un'apertura praticata nelle mura all'inizio del Novecento per facilitare il passaggio tra il nuovo quartiere Tuscolano in costruzione e il centro storico. Non esisteva una porta nelle mura Aureliane in questo punto. Attualmente vi sono due archi per il passaggio veicolare e due più piccole per quello pedonale.

Subito all'interno si trova una chiesetta. Si tratta di un oratorio al sommo di una scaletta eretto da Sisto IV nel 1476 che conserva nell'interno una Madonna col Bambino di scuola umbro romana del secolo XV. E' anche detta Santa Maria del Buon Aiuto perché un giorno Sisto IV fu colto da un temporale, si rifugiò in una cappellina nei pressi che custodiva l'immagine della Madonna. Dopo questo avvenimento decise di trasferire l'immagine nella nuova chiesetta. Una lapide sopra la porta ricorda che fu Sisto IV a volerne l'erezione. La chiesetta fu sede della confraternita dei cappellari.

 

PORTA MAGGIORE

E' l'unica porta di Roma a due fornici, serviva per permettere il passaggio della via Prenestina9 e Labicana (poi Casilina10). In questo punto di Roma convergono ben 8 acquedotti degli 11 che portavano l'acqua alla città antica. Si trova in un'area ricca di reperti archeologici.

Fu costruita sotto l'imperatore Claudio nel 52 per consentire all'acquedotto Claudio di scavalcare le due strade consolari. E' realizzata in opera quadrata di travertino con i blocchi in bugnato rustico secondo lo stile dell'epoca inserite in edicole con timpano e semicolonne corinzie. L'attico è diviso da marcapiani in tre fasce. Le due superiori corrispondono ai canali degli acquedotti Anio Novus (il più alto) e Aqua Claudia.

Da Aureliano fu inserita nel percorso delle mura, la porta prese il nome anche di Praenestina o Labicana. Fu fortificata ai tempi di Onorio (primo imperatore dell’Impero Romano d’Occidente) che fece costruire un bastione cilindrico tra le due porte e da torri quadrate ai lati, le due porte erano sormontate da finestrelle ad arco, oggi ricollocate nei giardinetti.

Durante l'assedio dei Goti di Vitige le porte furono murate per limitare il numero di porte da difendere, così la porta Labicana risulta quasi sempre chiusa.

Nel 1838 papa Gregorio XVI fece restaurare la porta demolendo la struttura onoriana, forse anche perché asimmetrica, ripristinando l'assetto di Aureliano come dice una scritta all'estrema sinistra. Ma gli archi erano così grandi: sei metri di larghezza per 14 di altezza che l'eventuale difesa risultava problematica. Si provvide quindi a restringere le due aperture. Nel corso di questi lavori venne alla luce il SEPOLCRO DEL FORNAIO EURISACE, probabilmente un liberto arricchito che riforniva le caserme dello Stato, e di sua moglie Atistia, databile al 30 a.C. Sull’iscrizione che viene ripetuta con piccole differenze su tre dei quattro lati si può leggere in latino: “Questo sepolcro appartiene a Marco Virgilio Eurisace, fornaio, appaltatore, apparitore”, dove apparitore sta per “è evidente, è chiaro”. Sulla parte alte un fregio continuo riporta tutte le fasi di lavorazione del pane alle quali assiste un uomo togato, lui stesso. I grandi fori richiamano le bocche dei forni. Un grande rilievo con i busti della coppia si trovano oggi ai musei Capitolini. L’urna cineraria della moglie ha forma di paniere si trova al museo delle Terme di Diocleziano. L’iscrizione recita: “Atistia fu mia moglie / Visse come eccellente donna / Le cui rimanenti spoglie / Riposano in / Questo paniere”.

Nel 1915 il Comune effettuò altri lavori per la sistemazione del piazzale demolendo la struttura ottocentesca. Il 4 giugno 1944 da questa porta entrarono le truppe liberatrici anglo americane che avevano sfondato il fronte a Cassino (anche da porta San Giovanni e porta San Sebastiano).

Nel 1956 altri lavori di restauro portarono alla luce il basolato romano delle due strade, su di essi è possibile vedere i solchi lasciati dal passaggio dei carri.

 

Pochi anni prima di Roma capitale, nel 1856 subito fuori porta Maggiore, sorse la prima stazione di Roma, solo una banchina con un capannone tipo industriale e binario unico. Si trattava della linea ferroviaria per Frascati. Scrive lo storico tedesco Ferdinando Gregorovius: “La costruzione, molto meschina, è a ridosso dell’arco gigantesco dell’acquedotto Claudio. Si direbbe che l’invenzione più recente della civiltà, abbia timore di levarsi a fianco delle rovine colossali dell’antica Roma sebbene il genio moderno di gran lunga sorpassi quello dell’antichità”. Nel 1862 iniziarono i lavori per portare la linea ferroviaria a Termini e farne la stazione centrale di Roma.

 

PORTA CLAUSA

Si tratta di una posterula (porta secondaria) serviva il Castro Pretorio e si trova nella parte meridionale di esso. Attualmente è visibile dal parcheggio dei dipendenti Anas posto oltre un cancello di via Sforzesca. Questa presenta un assetto attribuibile ai tempi di Onorio e Arcadio, agli inizi del V secolo, consistente in merlatura e finestrelle per dar luce alla camera di manovra della saracinesca con la quale si sbarrava la porta. Venne murata in epoca imprecisata, le notizie che la riguardano sono scarsissime. Qualcuno avanza l’ipotesi che da qui uscisse la via Collatina o un accesso secondario della via Tiburtina.

 

 

1 Via Ostiense. Strada consolare romana univa la città al suo porto Ostia. Oggi è la SS8.

2 San Pietro. La considerazione che così doveva essere il primitivo sepolcro di Pietro è dovuto alle ricostruzioni fatte dagli archeologi nelle grotte Vaticane nel 1954. Da: Sergio Gittarelli, cit.

3 Sisto V. Felice Peretti (Grottammare AP 1520 - 1590) papa dal 1585. Attuò riforme finanziarie attirandosi l’ira di Pasquino che interpretò il malessere popolare, guidò la Chiesa e lo Stato con grande energia, continuò l’azione controriformatrice, represse il brigantaggio, promosse importanti opere pubbliche come l’acquedotto che porta il suo nome: acquedotto Felice. Da Enciclopedia Universale Garzanti, 2003.

4 Ettore Muti (Ravenna 1902 – Fregene 1943) , militare, aviatore e politico, partecipò alla prima guerra mondiale e all’impresa di Fiume, fu segretario del PNF dall’ottobre 1939 all’ottobre del 1940.

5 Luigi Moretti (Roma 1907-Isola di Capraia 1976), ha progettato due palazzini in piazza Regina Pacis a Ostia nel 1932-37, la Casa della Gioventù in via Induno nel 1933, l’Accademia di Scherma al Foro Italico nel 1936, casa detta Il Girasole in via Bruno Buozzi nel 1950, il Villaggio Olimpico nel 1960, il quartiere di Decima con altri nel 1961, il parcheggio sotterraneo di villa Borghese nel 1973, il centro residenziale Olgiata (isola 106-107) nel 1973, il palazzo della Banca Popolare di Milano in piazzale Flaminio via Luisa di Savoia nel 1973, il ponte della metropolitana sul Tevere nel 1977. Forse è autore del palazzo della Regione Lazio in via Cristoforo Colombo. Il MAXXI si è inaugurato con una mostra a lui dedicata.

6 Via Tuscolana. E' una via medioevale che conduceva a Tuscolo oggi Frascati. Non è certa l'esistenza di una via romana.

7 Papa Gregorio XIII. Ugo Boncompagni, bolognese. Legò il suo nome alla riforma del calendario, contribuì a far trionfare la Controriforma in Polonia, potenziò l'università dei gesuiti che prese il nome di Gregoriana. Approvò la nascita di un Conservatorio di musica a Roma. Morì nel 1585.

8 Ultimi restauri porta Asinaria da la Repubblica del 2.9.06.

9 Via Prenestina. Strada consolare romana così detta perchè conduceva e conduce a Palestrina, fu anche chiamata Gabina perché inizialmente arrivava a Gabi (Osteria dell'Osa). Oggi è una strada provinciale.

10 Via Casilina. Strada consolare che univa a Casilinum oggi Capua passando nella valle del Sacco. Inizialmente arrivava a Labicum (per questo detta via Labicana) oggi Montecompatri qui confluiva nella via Latina. Oggi è la SS6 giunge a Pastorano in prov. di Caserta dove si congiunge con l'Appia.