2026-03-01 La Roma dei Costantinidi
“La Roma dei Costantinidi (o secondi Flavi)”
Testo conferenza dott. Paolo Montanari
La dinastia dell’imperatore Costantino e dei suoi successori vanta di discendere da Claudio il Gotico (Marcus Aurelius Claudius), dalmata, che conseguì notevoli successi contro i Goti, fra il 268 e il 270 d.C. Celebre quello presso Naisso (oggi Nis in Serbia, l’antica Mesia). Pacificata la regione del Danubio, Caudio II arginò validamente anche le secessioni della Gallia e dell’Oriente. Morì prematuramente, di peste, a Sirmio. Fu il solo imperatore, oltre a Settimio Severo, ad essere morto di morte naturale nel corso del III secolo. Venne osannato in qualità di giusto e grande generale.
L’origine di Costantino e della sua famiglia non è certa. Era Serbo. I dati sicuri si possono riassumere nei seguenti. Suo padre, Costanzo Cloro (Flavius Valerius Constantius) = Elena (Flavia Iulia Helena), un’ostessa (secondo San Girolamo), in seconde nozze; ella era originaria di Drepanum (poi chiamata in suo onore da Costantino Helenopolis, in Bitinia). Nasce Costantino intorno al 280 d.C. a Naisso (Nis), una città molto importante e strategica dei Balcani. Seguì da bambino suo padre in Britannia.
Costanzo Cloro sposa quindi Flavia Massimiana Teodora, in seconde nozze, figlia dell’imperatore Massimiano Erculio, sorella di Fausta e Massenzio. Nasce Costanza senior (da non confondere con la nostra Santa Costanza), che sposerà a Milano Licinio. Nella tetrarchia dioclezianea si distinguono: due Augusti (i veri imperatori), Massimiano e Diocleziano; due Cesari (loro collaboratori, di grado leggermente inferiore, a partire dal 293), rispettivamente Costanzo e Galerio. Alla abdicazione di Diocleziano e Massimiano (1° maggio 305), Costanzo Cloro e Galerio vengono promossi Augusti. Costantino, a sua volta, viene proclamato imperator in Britannia, a York (Eburacum), alla morte di suo padre Costanzo (25 luglio 306 d.C.).
Costanzo Cloro viene divinizzato. A quel tempo, le due città più importanti erano Milano (Occidente) e Nicomedia (Oriente), sostituita da una Nova Roma: Costantinopoli, costruita a cavallo fra l’Europa e l’Asia. Erano cambiate le condizioni geopolitiche dell’Impero. Flavius Valerius Costantinus sposa Fausta, figlia minore del vecchio Augusto e sorella di Massenzio.
Dalla loro unione nascono numerosi figli: Costantino II (primogenito), Costanza iunior (la nostra Santa Costanza; morirà nel 354 d.C.), Costanzo II e Costante. Crispo, brillante generale, è figlio delle prime nozze con Minervina. Costantino II e Crispo saranno nominati Cesari nel marzo del 317.
Alla morte di Galerio (311) Costantino diventa unico imperatore d’Occidente, mentre a Licinio resta l’Oriente (verrà condannato a morte nel 325). A Roma, Massenzio, con l’aiuto di suo padre Massimiano, fu acclamato Augusto (28 ottobre 306). Costantino, percorrendo la via Flaminia (si vedano i “fossili” del suo accampamento nelle località Malborghetto e Labaro), si scontra contro l’usurpatore Massenzio e lo sconfigge al Ponte Milvio (non sembra un caso l’anniversario dell’acclamazione “Augusto”: 28 ottobre del 312 d.C.). Costantino, da questo momento in poi, diventa l’unico imperatore. È passato alla storia, oltre che per l’Editto Milano, per essere stato un grande e pragmatico riformatore. Va ricordato che la sua conversione – che sicuramente vi fu (come peraltro quella di Licinio) – fu il risultato di un processo graduale. La sua cultura d’origine era infatti pagana: Erculio per la sua contiguità politica con Massimiano, ma soprattutto assimilato ad Apollo. Tale accostamento è desumibile sia dalla legenda Sol invictus su un multiplo della moneta d’oro-base (solidus), peraltro coeva dell’Editto, sia dal suo stesso titolo di Invictus (dal 310 al 312-315).
Con la rivoluzione di Costantino inizia l’età tardoantica (e il Medioevo nella storia dell’arte):
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Dopo Ponte Milvio, scioglie la guardia pretoriana e il reparto di cavalleria degli Equites singulares (visitabile sotto la Basilica di San Giovanni in Laterano); trasforma la prefettura del pretorio da carica militare che era in civile: i praefecti, non più 1 ma 4 funzionari, a capo di altrettante praefecturae (articolate in Diocesi e, queste ultime, in Province); avevano la funzione di vice-imperatore nelle faccende amministrative e giurisdizionali, con potere di destituire un governatore di provincia corrotto; favorisce e incrementa il processo di barbarizzazione dell’esercito romano (i barbari che facevano richiesta erano ammessi sul suolo imperiale con la qualifica di dediticii); istituì ai massimi vertici dell’esercito romano sia i magistri equitum (della cavalleria) sia i magistri peditum (della fanteria). Da questo momento in poi l’unico corpo militare operante a Roma saranno le cohortes urbanae. La responsabilità militare diretta sulle truppe è riservata non più ai prefetti del pretorio ma ai magistri militum;
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Introduce il solidus aureus come principale unità monetaria. La sua età fa seguito a un lungo periodo (iniziato con Caracalla) assai nefasto per l’Impero: caratterizzato dalla svalutazione della moneta e da crisi economica. Si basano sul solidus, ad esempio, le rendite agrarie. L’economia nell’età tetrarchica e costantiniana è in forte recessione. Roma, in particolare, risente forse più di altre città di questa diminuita capacità economica. Un importante indicatore economico, in questo senso, è il fenomeno relativo al reimpiego dei materiali soprattutto nell’edilizia pubblica (Arco di Costantino, su cui torneremo). L’amministrazione imperiale prende in mano il controllo di spesa delle città, specialmente di quelle con maggiori problemi finanziari;
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Fa pagare le imposte soprattutto in oro. L’Italia e Roma non sono più esentate dai tributi;
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Relativamente all’assetto territoriale: riserva grande attenzione alla gestione e al funzionamento delle città. Egli così scrive: “Ma il massimo impegno della previdenza nostra è che tutte quante le città, che reputazione ed eleganza distinguono come luci fra le province e le regioni, non solo mantengano il loro anteriore prestigio, ma raggiungano anche uno stato migliore per il favore della nostra benevolenza”;
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Riforma secondo un’ottica fortemente accentratrice la pubblica amministrazione e la corte. Principio fondamentale è la separazione del potere civile da quello militare. Nella sfera civile rafforza il Concistoro, consiglio privato dell’Imperatore, nuovo centro del potere: una sorta di Consiglio dei Ministri. C’erano: il Quaestor Sacri Palatii (poteva nominare dignitari dell’esercito, redigere decreti imperiali, leggere in Senato i discorsi, curare la corrispondenza imperiale); il Magister officiorum, una figura importantissima: trasmetteva le comunicazioni da e per la corte; gestiva tutte le incombenze della corte, fuorché quelle finanziarie; comandava la guardia imperiale; coordinava gli agrimensores e gli agentes in rebus (ispettori nelle distribuzioni di frumento; cavalcavano per tutto l’Impero controllando il funzionamento della posta e delle manifatture pubbliche, in altre parole le fabbriche di armi); il Praepositus Sacri Cubiculi (vegliava sul personale di Costantinopoli);
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Cristianizza la legislazione, riformando la giustizia: istituisce un foro ecclesiastico con effetti giuridici, grazie al quale venivano riconosciute le manomissioni compiute nelle Chiese; del tutto nuova è l’audientia episcopalis (acquista rilievo legale la giurisdizione dei vescovi: avevano competenza esclusiva sui casi relativi alla religio e alla disciplina ecclesiastica; ad esempio era consentito, nell’ambito delle comunità cristiane, deferire le controversie civili ad arbitri/episcopi scelti all’interno della medesima comunità); introduce i Comites provinciarum (erano alti funzionari imperiali incaricati di mantenere l'ordine pubblico e la polizia nelle province: ne esisteva ad esempio uno per l’Africa);
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Rilancia le opere pubbliche: dedicano a Costantino numerosi curatores di acquedotti, strade, alvei e rive dei fiumi e della rete fognaria. Come fa, ad esempio, un vir clarissimus (in altre parole un senatore) di Roma: Flavius Maesius Egnatius Lollianus. Parimenti interessante, da Aquileia, una dedica all’imperatore in qualità di restitutor delle infrastrutture;
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Sostiene le organizzazioni filantropiche, dedite all’olio africano gratuito, al panis gradibilis e alla carne di maiale economicamente accessibile: valorizza la professione del Fornaio (ogni fornaio o chiunque si trovasse a possedere un forno era obbligato a svolgere quel mestiere); come per i fornai, i Suarii erano obbligati alla fornitura (l’imperatore intervenne, presso il Prefetto della città Verino Lucrio, per migliorare l’interazione fra i suarii e gli allevatori dei maiali, assicurandosi che questi ultimi potessero scambiare gli animali con denaro calcolato in base ai tassi di mercato locali);
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In Italia: conserva la figura del vicario diocesano per l’Italia istituito da Diocleziano, con sede a Milano e crea per la nostra Roma un vicarius Urbis. Queste due figure – amministrative – avevano responsabilità su sedi circoscrizionali diverse;
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A Roma: riconosce quali autorità religiose cristiane prima papa Milziade (dal 311 al 314 d.C.) e poi Silvestro (dal 314 al 335); attribuisce risorse per costruire e abbellire luoghi di culto sia devozionali (S. Giovanni in Laterano, la più antica basilica, e S. Pietro in Vaticano) che cimiteriali (Santi Marcellino e Pietro, San Sebastiano, San Lorenzo fuori le Mura, Santa Croce in Gerusalemme, Santa Costanza e San Marco sulla collina di San Callisto).
Va riservato un cenno ai sontuosi funerali, celebrati all’indomani della sua morte a Nicomedia il 22 maggio 337. Venne traslato in una bara d’oro coperta dalla porpora imperiale a Costantinopoli ed esposto nel palazzo imperiale; qui ricevette l’adoratio per molti giorni, fino a che, il 9 settembre, non fu regolata la successione. Si tennero, per singolare parallelismo, sia a Roma che a Costantinopoli. A Roma, su proposta del Senato (in gran parte pagano), l’Imperatore venne divinizzato come era già avvenuto per Giulio Cesare; si proclamò un iustitium, in altre parole la sospensione delle attività pubbliche e lo si divinizzò. A Costantinopoli, poco dopo, si decise una depositio ad sanctos nella Basilica dei Dodici Apostoli: una sorta di mausoleo/chiesa aperti al culto cristiano, che Costantino medesimo aveva consacrato per perpetuare in eterno il ricordo degli Apostoli del nostro Salvatore. Eusebio di Cesarea (Vita Constantini 4, 63, 1-2) tramanda le ultime parole in vita dell’Imperatore: “Ora so di essere beato nel vero senso della parola, ora di avere in me la Luce divina e di aver acquistato la vita”. La conversione di Costantino, forse ispirata dalla Madre, dové essere stata un percorso di maturazione lungo e interiore. Dalla luce della cultura pagana (Apollo Helios e il Sol invictus che dai tempi di Aureliano si festeggiava il giorno del 25 dicembre, dal 336 d.C. sostituito dal nostro Natale) si passa, man mano, al Sole dei Vangeli e al Sole fissato nel Simbolo-Credo del Concilio di Nicea (in Bitinia, poco lontano da Costantinopoli), che l’Imperatore aveva convocato nel 325. Si sanciva, nel Concilio, la consustanzialità del Padre e del Figlio: fu coniato l’aggettivo ὁμοούσιος. La luce sembra pertanto il leitmotiv della conversione di Costantino. Il nuovo Sole è quello del vangelo di Giovanni (8, 12: “Io sono la Luce del mondo”) e del Credo di Nicea (“Luce da luce”). È stato osservato, sul piano storiografico (A. Barbero), che nella monetazione di riferimento costantiniana, il solidus aureus, a partire dal 327, il volto di Costantino – sul dritto – non guarda più frontalmente. Così anche la statua di sua madre, Elena, conservata ai Musei Capitolini. L’orizzonte muta. Egli ora guarda in alto, a significare che il potere gli derivava da un unico Dio. Può essere una traccia della sua conversione.
Costanzo II (alla morte di Costantino, 22 maggio 337) diventa imperatore con i suoi fratelli Costantino II e Costante, che vengono uccisi fra il 340 ed il 350. Perde in una campagna contro i Parti. In Occidente se la deve vedere, con grande profusione di energie, contro gli usurpatori Magnenzio, Nepoziano e Vetranione (favorito da Costantina). Nel 355 nominò Cesare Giuliano, suo cugino, senza però troppo confidare in lui. Adottò misure assai restrittive nei confronti dei pagani. Tutto il suo regno fu contraddistinto dalla disputa intorno alla natura di Cristo, vale a dire al confronto tra Cattolicesimo e Arianesimo; Costanzo II si schierò nettamente con le correnti anti-nicene. Nell’aprile del 357, è a Roma per celebrare i suoi vicennalia; come dono per la città eterna fece trasportare da Alessandria d’Egitto l’obelisco che oggi ammiriamo in piazza di San Giovanni in Laterano. In origine sorgeva nel Circo Massimo.
In sostanza, l’importanza di Costantino si potrebbe riassumere nei seguenti termini. Con lui, per la prima volta, la storia di Roma e il Cristianesimo si incontrano. Richiamandosi ad uno dei pochi virtuosi imperatori del III secolo d.C., Claudio II il Gotico, cerca di dare giustizia, sicurezza ed equilibrio all’amministrazione di tutto l’Impero. Sconfitto l’Augusto Licinio, Costantino – riferisce Eusebio di Cesarea – era solito designarsi come Epìskopos ton ektòs: in altre parole “Vescovo di quelli che sono al di fuori” (i pagani). Per quanto riguarda il rapporto con la religione (anche se va ricordato fece giustiziare, nel 326, il giovane generale Crispo e Fausta, poiché sospettati di incesto), si profila come un leader monoteista e giusto. A Milano, nel 313, firma non da solo ma congiuntamente a Licinio l’Editto, su cui ancora oggi si discute, con il quale si ufficializza la religione cristiana. Mediolanum (come emerge da un passo di Ammiano Marcellino: 27, 7, 5) anche in seguito risulta essere un luogo nevralgico per la difesa degli innocenti: sotto l’imperatore Valentiniano un agente segreto, di nome Diodoro, e tre dipendenti del vicario per l’Italia, condannati a morte per fatti veramente lievi, sostanzialmente innocenti, chiesero clemenza chiedendo l’applicazione delle norme del diritto civile. “I Cristiani, che a Milano ancora ne venerano il ricordo, chiamano il luogo in cui furono sepolti Ad innocentis”. È la traccia di un qualcosa di più grande.
Lattanzio (De mortibus persecutorum 48), scritto a pochi anni dagli eventi, cita il testo e soprattutto la motivazione dell’Editto imperiale, giuridicamente una lex generalis, una lex de restituenda ecclesia per citare le parole di Lattanzio (48, 1; 9; 12; 13). Con questa legge Costantino si faceva garante di tutte le religioni:
…ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in sede caelesti, nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere.
…affinché sia consentita ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità.
Nel provvedimento di Milano, la cui esistenza si deduce a chiare lettere dal passo di Lattanzio, dettato in prima battuta da ragioni di sicurezza pubblica, i due augusti stabilivano: che tanto i Cristiani, quanto i fedeli delle altre religioni avessero piena libertà di culto; restituzione, senza il pagamento né di corrispettivo né di interessi, dei beni sottratti illegalmente ai Cristiani in tempo di persecuzioni.
Rispetto all’Editto di Costantino e Licinio – va detto – non c’è concordia fra gli storici. A livello storiografico, non si dubita tanto della sincerità di Lattanzio (poi di Eusebio), quanto della terminologia tecnico-giuridica da loro impiegata. Nel passo del De mortibus persecutorum si menziona una lettera inviata, da Licinio, a un governatore della Bitinia. Tale indicazione operativa – questa sì da qualificare come rescritto – contiene una lex varata da Licinio a Nicomedia e con effetti, solo, per l’Oriente. A Milano, dove incontrò Costantino per sposare la sorella, i due avrebbero preso solo accordi verbali su sicurezza pubblica, con particolare riguardo alla religione. Sostanzialmente, alcuni storici mettono in dubbio l’Editto di Milano (aggiungendo un “cosiddetto”) in quanto il testo citato da Lattanzio sarebbe un documento promulgato per l’Oriente e, forzatamente, fatto valere anche per l’Occidente. Infatti, né a Milano, né in altri centri delle province (diocesi) occidentali, si conserverebbero testimonianze materiali di ciò. Questa è, ciononostante, solo una congettura. Il Rescritto di Spello, che qui anticipiamo, composto direttamente da Costantino, deve necessariamente presupporre una lex universalis. Alcuni propendono per un chiarimento, a mo’ di “circolare”, dato a qualche governatore in Oriente, altri per un provvedimento non troppo dissimile da quelli, varati pochi anni prima, dallo stesso Costantino e da Massenzio. Per questo genere di disposizioni, in età tetrarchica, la forma giuridica dell’edictum era quella più impiegata. Benché non si possa escludere, da parte degli autori cristiani (Lattanzio ed Eusebio di Cesarea), un’eccessiva simpatia nei confronti di Costantino, né una sorta di intento agiografico nella descrizione del Segno che l’imperatore sulla via Flaminia avrebbe fatto dipingere sugli scudi dei propri soldati, va rimarcata una generale coerenza fra il passo di Lattanzio (inerente all’Ingresso a Roma di Costantino) e l’iscrizione posta dal Senato di Roma sull’Arco a lui dedicato ai piedi del Palatino. Lo si potrebbe denominare, piuttosto che “Arco di”, “Arco per” Costantino.
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Lattanzio, De mortibus persecutorum 44, 11 |
Titulus dell’Arco di Costantino |
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Senatus Constantino virtutis gratia primi nominis titulum decrevit, quem sibi Maximinus vindicabat: ad quem victoria liberatae urbis cum fuisset adlata, non aliter accepit, quam si ipse victus esset. |
Imp(eratori) Caes(ari) Fl(avio) Constantino Maximo / P(io) F(elici) Augusto S(enatus) P(opulus)q(ue) R(omanus) / quod instinctu divinitatis mentis / magnitudine cum exercitu suo / tam de tyranno quam de omni eius / factione uno tempore iustis / rem publicam ultus est armis / arcum triumphis insignem dicavit // Liberatori urbis // Fundatori quietis // Sic X sic XX // Votis X votis XX.
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Chiunque l’abbia redatto l’epigrafe doveva essere qualificato sia giuridicamente sia linguisticamente. Tale provvedimento rispondeva, oltre all’esigenza di porre fine alle persecuzioni, alla preoccupazione di produrre miglioramenti fondamentali nelle condizioni della vita sociale e familiare. Va ricordato, comunque, che l’”usurpatore” Massenzio, già prima di Ponte Milvio, aveva promulgato provvedimenti mirati a restituire ai Cristiani d’Africa la libertà (tra il 308 e il 311). Costantino stesso, autoproclamandosi Augusto, aveva già in precedenza promulgato qualche concessione nei confronti dei Cristiani (306).
Precedeva l’Editto di Milano un analogo Editto varato a Sèrdica (l’odierna Sofia in Bulgaria) dall’imperatore Galerio. Siamo nell’aprile del 311: indulgentia e fine delle persecuzioni; il sacrificio alle divinità (pagane) non costituisce più un requisito-cardine della pratica di culto dello Stato; i Cristiani potevano ricostruire i propri luoghi di culto. Nel provvedimento del 311 si ammetteva, coram populo, che i Cristiani “hanno perseverato nella loro determinazione”, vale a dire che le persecuzioni non erano servite a nulla. L’intellettuale Lattanzio, precettore a Treviri dei figli dell’imperatore, testimone dei fatti, racconta la transizione dall’impero persecutore dei tetrarchi a quello “secolarizzato” e tollerante, quindi sempre più filocristiano di Costantino. Questo il suo obiettivo: Volui sapientiam (= cultura classica e arte) cum religione (= monoteismo cristiano) coniungere. Questa filosofia, certamente lungimirante, caratterizza tutto il regno di Costantino; nessuna statua o monumento pagano vengono distrutti (o sfregiati) per volere di questo imperatore. Succederà purtroppo dopo (distruzione del Serapeo ad Alessandria). Per comprendere meglio la relazione fra Costantino e i pagani viene in nostro soccorso il Rescritto di Spello (risposta ufficiale fornita dall’imperatore con valore normativo): in risposta agli abitanti di questa cittadina umbra di poter celebrare in quel luogo un rito pagano in comunione con i Tusci e di poter costruire un tempio in cui si venerasse la gens Flavia, l’imperatore rispose che non c’era alcun problema, a patto che ne aedis nostro nomini dedicata cuiusquam contagiosae superstitionis fraudibus polluatur. In altre parole, che non si contaminasse il tutto con pratiche proprie dei culti pagani. E questo, sostanzialmente, si riscontra fino alla fase iniziale del regno di Teodosio. L’Editto di Tessalonica (380) proclamò il cristianesimo niceno come Religione Ufficiale dell’Impero, vietando di fatto l’arianesimo e i culti pagani. Teodosio ciononostante mantenne un atteggiamento di relativa tolleranza: pur proibendo i sacrifici, promosse la conservazione dei monumenti pagani con la motivazione che era necessario rispettarne il valore artistico e la funzione ludica e folclorica (30 novembre 382). Questo spirito di lungimiranza e tolleranza, purtroppo, durerà molto poco. Per tornare all’Arco accanto al Colosseo, il Senato era apertamente schierato dalla sua parte: nella ratio che soggiace alla costruzione del celebre monumento si fa riferimento all’ampiezza dell’intelletto, ad un uso per giusti fini dell’esercito e a una sostanziale garanzia della pace. Desta curiosità il “complemento d’agente”, instinctu divinitatis: ma di quale divinità parliamo? L’espressione sembra richiamare il provvedimento del 313.
Fondamentale il ruolo di sua madre Elena. Prima moglie di Costanzo Cloro, di umili origini (lavorava in una locanda o in una stazione di posta: s. Ambrogio), nata poco prima del 250 d.C. Curiosamente, l’imperatore Costantino, all’inizio della sua sovranità assoluta (dal 306 al 324), evita di rimarcare pubblicamente la discendenza materna. Dal 312 d.C. Sant’Elena (Flavia Iulia Helena, questo è il suo nome ufficiale) fa la sua comparsa nella vita ufficiale, mediante donazioni per chiese o terme. Immediatamente dopo la vittoria su Licinio venne elevata, così come Fausta, al ruolo di Augusta. Il suo ruolo viene chiarito, concretamente, in un Medaglione, da 2 solidi in oro, coniato a Nicomedia fra il 324 ed il 325.
Nell’ambito delle sue attività di Augusta ella compì un Viaggio nell’Oriente dell’Impero; già Costantino, nel 295, aveva fatto un viaggio in Palestina insieme a Diocleziano. Tale viaggio venne organizzato in età avanzata, orientativamente fra il 326 ed il 328. Sostenne, in Palestina, comunità cristiane città per città, fondò chiese, aiutò poveri e infermi (esercitando così la liberalitas dell’imperatore) e decise indulti (iustitia, clementia, liberalitas). Meno circostanziata è, invece, la inventio Crucis a Gerusalemme. Il 25 luglio 326 è presente con il Figlio a Roma per festeggiare i suoi vicennalia, ritorna poi a Costantinopoli insieme alla corte, si reca nell’attuale Israele nella primavera 327. In quelle terre è, a tutti gli effetti, vicaria dell’Imperatore. Offre un resoconto affascinante e contemporaneo Eusebio di Cesarea nella sua Vita Constantini. Accanto alle opere caritatevoli, si recava come una vera imperatrice presso gli accampamenti dell’esercito, elargendo premi ai soldati più valorosi: si meritò il titolo di Mater castrorum (virtus e fortitudo).
Venne dipinta, anche, come capo carismatico delle truppe. Fece costruire e consacrò, con l’autorizzazione di Costantino, due chiese in Terra-santa: la Basilica della Natività a Betlemme e la Chiesa dell’Assunzione sul Monte degli Ulivi (detta anche Eleona). Si hanno perplessità sul ruolo di Elena nella realizzazione della Basilica del Santo Sepolcro. In sostanza, la politica di Costantino e l’attività di Elena diedero avvio a un processo che può essere definito “costruzione della Terra-santa”. Morta forse a Treviri nel 329 venne tumulata a Roma sulla via Labicana (Tor Pignattara) in un Sarcofago di porfido. Le sue reliquie si conservano oggi, a Parigi, nella cripta della Chiesa Saint Leu-Saint Gilles.
Occorre riservare un cenno, poi, all’imperatore Giuliano l’Apostata, nipote di Costantino. Nel 361 d.C. prende le redini dell’Impero alla morte di suo cugino Costanzo II. Egli è dai più soprannominato “Apostata” poiché trasgressore della fede cristiana. Nacque a Costantinopoli nel 331, nipote di Costantino in quanto figlio di Basilina e Giulio Costanzo, a sua volta figlio del matrimonio di Costanzo Cloro con Teodora. Assisté ai turpi assassinii, interni alla Corte, verificatisi soprattutto nel 337 alla morte del grande imperatore. Si salvò dalle stragi familiari del 337 in quanto, su indicazione di Costanzo II, suo cugino, raggiunse la nonna a Nicomedia. Educato sin da tenera età al Cristianesimo, se ne distaccò a causa dei lutti familiari. Suo tutor fu l’ariano Eusebio di Nicomedia. Aveva in odio i calunniatori, avendoli conosciuti in gioventù. Come Adriano, amava profondamente la filosofia e la cultura greca (studiò ad Atene), e proprio per questa ragione andrebbe definito Filelleno, più che Apostata. Aveva un animo libero dalla paura; riponeva ogni bene nella perfezione dell’animo. Sostanzialmente la sua predilezione per la cultura pagana non va intesa come un tentativo di inquinare la purezza del messaggio cristiano, ma di difendere quel sostrato di filosofia (Platone), arte e letteratura senza cui il seme non sarebbe germogliato. Si dedicava ai processi non meno che agli annosi problemi dello Stato. Complesso e tutt’altro che facile da dirimere il rapporto fra questo imperatore e i Cristiani. Il celebre Tempio di Apollo a Dafne, sobborgo di Antiochia, crollò a causa di un incendio. Ritenuti colpevoli taluni Cristiani, ordinò nel quadro di un’inchiesta assai approfondita la chiusura della Chiesa maggiore di questa città. Cercò il dialogo con i senatori, al suo tempo ancora in gran parte pagani. Pensò di far restaurare – a sue spese – il Tempio di Gerusalemme, espugnato dagli assedi di Vespasiano e Tito. Aveva affidato quest’opera, senza portarla a termine, ad Alipio di Antiochia, già viceprefetto della Britannia.
Veniamo a Costantina (o Costanza iunior), la nostra Santa Costanza. Prima figlia di Costantino e Fausta, nacque intorno al 318. First lady a tutti gli effetti, sposò il cugino Annibaliano, figlio di Flavio Dalmazio, uno dei fratellastri di Costantino. Insieme al marito, che con il titolo di re governava il Ponto e l’Armenia, visse diversi anni in Oriente. Essendo stato assassinato Annibaliano (ancora giovane), sposò Gallo nel 337, nominato Cesare dall’imperatore Costanzo II (351), con il quale andò a vivere ad Antiochia. Possedeva a Roma, sulla via Nomentana un grande terreno, nel quale fondò la Chiesa di s. Agnese e edificò un mausoleo: è a pianta circolare con a fianco la con basilica circiforme, pensata per esprimere la propria venerazione verso la giovane martire. Negli anni ’40 del IV secolo ella visse a Roma. Morì in Bitinia nel 354. Il suo sarcofago, realizzato in porfido, è conservato come quello di Elena ai Musei Vaticani.
La Roma di Costantino e dei suoi figli
Tra i più insigni e suggestivi monumenti della fase costantiniana della nostra Città, merita sicuramente un cenno il Mausoleo di Costantina, o Santa Costanza. Fatto costruire negli anni Quaranta del IV secolo per le figlie dell’Imperatore: Costantina (morì in Bitinia nel 354 d.C.) ed Elena, fervente cristiana secondo il Liber Pontificalis (morì nel 360-61). Il Mausoleo sorge in una tenuta di Costantina lungo la via Nomentana: il luogo non venne, certo, scelto a caso poiché nei pressi era venerata la giovane martire Agnese. La rotonda, nei secoli del Medioevo soprannominata “sacello di Bacco” per una vaga allusione ai mosaici, del diametro di 22,50 metri, si conserva assai bene per l’intera sua altezza. La parte centrale è delimitata da 12 coppie di colonne marmoree, che a loro volta sostengono la generatrice della volta a botte che copre il deambulatorio esterno; è invece perso il colonnato esterno. Sontuosa la decorazione interna: lastre marmoree in opus sectile sulle pareti e mosaici naturalistici sull’intradosso della volta esterna. Santa Costanza venne riadattata prima a Battistero e poi a Chiesa. Stupendi e perfettamente conservati sono i mosaici sulla volta del deambulatorio con scene di vendemmia, pigiatura dell’uva e trasporto della frutta lungo. Dodici finestre arcuate definiscono una fascia di luce tutt’intorno al tamburo. Non sembra casuale il ricorrere del numero 12. Potrebbe richiamare, a Costantinopoli, la Basilica dei 12 Apostoli.
La Basilica Costantiniana di Sant’Agnese. In un terreno di proprietà imperiale, Costantina fa edificare una basilica cimiteriale accanto alla tomba di Sant’Agnese. Essa occupa parte della più ampia catacomba, della quale fu obliterata una parte. Ormai in rovina, papa Simmaco (498 d.C.), al tempo di Teoderico, la abbellì e rinnovò. Il grande edificio costantiniano, della tipologia a deambulatorio (“circiforme”), restano solo parti del muro perimetrale. L’abbandono si colloca prima della costruzione della nuova Basilica, per volere di papa Onorio (625-638), sulla sepoltura di Sant’Agnese, dove già nel IV secolo esisteva un Sacello ad corpus. Questo edificio, così come la Basilica pelagiana di San Lorenzo fuori le Mura, costituisce uno degli esempi più integri e insigni di costruzione cristiana di influenza bizantina (si veda Santa Sofia a Costantinopoli). Tale influsso lo si tocca con mano nel mosaico nel semicatino absidale e nei matronei.
La Basilica Lateranense. Diventa, con Costantino e stabilmente a partire dal VI secolo, la sede principale del Vescovo di Roma. Simboleggia il passaggio dalla Roma pagana a quella cristiana. In origine dedicata al Salvatore, si estese successivamente il culto anche ai Santi Giovanni Battista ed Evangelista. La sua realizzazione, che oggi si pone all’indomani di Ponte Milvio (313), potrebbe essere intesa come una sorta di ex voto per il successo su Massenzio. Forse ispirata alla Basilica Ulpia, nel Foro di Traiano (imperatore al quale Costantino si sentiva molto vicino) esprime al meglio i nuovi caratteri distintivi dell’edilizia pubblica: un’originale concezione degli spazi interni e dei colonnati divisori; si abbandonano, sempre nelle basiliche, le grandi volte in cementizio e l’uso scenografico e coloristico di fregi, nicchie e ordini architettonici soprapposti, interrotti da trabeazioni sporgenti su colonne staccate dalla parete (come era stato nell’emiciclo della Basilica di Massenzio e nel frigidarium delle Terme di Diocleziano); predilezione per tetti lignei a doppio spiovente con copertura a capriata; particolare rilievo al presbiterio. Del monumento originario si conservano poderosi resti nella facciata; quella attuale è stata progettata da Alessandro Galilei (1730-32). Resti delle colonne sono stati documentati da Francesco Borromini nella sua ristrutturazione della prima metà dei XVII secolo. L’abside dei XIII secolo (che ancora oggi svetta visto dalla Porta Latina) era preceduta da “transetti-navatella”, sporgenti dalle navate esterne con forma di “ali basse e corte”.
Nell’agro appartenuto nella prima età imperiale alla famiglia dei Laterani e in parte dell’Augusta Fausta, moglie di Costantino, l’imperatore donò alla Chiesa di Roma alcune caserme della cavalleria di Massenzio; una di queste (Castra Nova equitum singularium) si può visitare sotto l’attuale s. Giovanni in Laterano. Più in generale, l’imperatore donò a papa Silvestro una larga fascia territoriale di sua proprietà, interna alle Mura Aureliane, estesa dal Battistero Lateranense fino alla Basilica di s. Croce in Gerusalemme. Insieme alle altre grandi basiliche martiriali configura il nascere di una Roma cristiana tutt’intorno a quella pagana: la presenza cristiana non entra in conflitto con il paganesimo (= cultura classica). Prende forma una forta di “Raccordo Anulare” cristiano.
Il Battistero lateranense. Indagini realizzate nel corso del secolo scorso hanno riportato alla luce, sotto il pavimento del Battistero, una serie di stanze pavimentate con fine mosaico riconducibili ad una domus privata d’età severiana. Grazie ad un esame stratigrafico delle murature si riesce a ricostruire la storia del monumento. In origine s. Pietro battezzava i Cristiani, per immersione come si faceva a quel tempo, nel Tevere. Con la libertà di culto, voluta da Costantino e Licinio, nei pressi delle terme del corpo di guardia di Massenzio, venne edificato un Battistero probabilmente nel secondo quarto del IV secolo. Costantino fece decorare la vasca battesimale con un gruppo di Sette cervi che versavano acqua; erano d’argento. Oggi siamo certi che il livello di frequentazione del monumento non ha conosciuto variazioni rispetto a quello originario e che le murature laterizie formano un insieme omogeneo. Si è ipotizzato che l’originaria costruzione fosse, anch’essa, a pianta ottagonale con vasca circolare concentrica; una cupola copriva il tutto. Significative ristrutturazioni furono commissionate da papa Sisto III (432-440): una porta ed una finestra si aprivano su ogni lato dell’ottagono; i muri erano foderati con lastre marmoree; 8 colonne in porfido rosso, donate da Costantino, furono sistemate, come dice il Liber pontificalis, da Sisto III lungo la circonferenza interna. Prima dei definitivi restauri voluti da papa Barberini (cupola e pavimento), si deve ad Ilaro (461-468) la costruzione di tre Oratori addossati al perimetro esterno del monumento. Resta solo quello di S. Giovanni Evangelista. L’Oratorio della Santa Croce, rivolto verso la piazza, fu senza alcuna ragione demolito da Domenico Fontana nel 1588 per volere di Sisto V.
La Basilica di San Pietro. Realizzata nell’agro Vaticano, colmando con lo sbancamento di un colle la Necropoli Vaticana, fu cominciata dall’imperatore Costantino. Al riguardo ci siamo soffermati in precedenza (come per la basilica sull’Ostiense). Basti mettere in luce che si tratta del primo esempio di Basilica ad corpus; a Roma, sulla via Nomentana, trova un confronto con quella originaria di Sant’Agnese. Constava di un’enorme aula articolata in 5 navate, divise da 4 file di ventidue colonne. Queste ultime sostenevano una trabeazione marmorea nella navata centrale, mentre arcate in quelle laterali. Una grande abside proteggeva il Tropaion, le cui colonne tortili (che Costantino fece venire appositamente dalla Grecia) si conservano tuttora nelle imposte della cupola. Un transetto ad ala si apriva sui lati Nord e Sud. Esso comunicava con la navata centrale tramite un grande arco sostenuto da pilastri. La Basilica era preceduta da un ampio quadriportico della stessa larghezza.
La Basilica nova (di Massenzio, poi di Costantino). Situata sulla collina della Velia, il monumento aveva un impianto rettangolare diviso in tre navate, con un atrio d’ingresso laterale. L’ampia navata centrale, orientata in senso Est-Ovest, terminava con un’abside ed era coperta da tre grandi volte a crociera poggianti su otto colonne corinzie monoliti di marmo proconnesio. Le due navate laterali erano divise in tre vani comunicanti tra loro e con l’atrio d’ingresso, coperti con grandi volte a botte a cassettoni, e aperti con arcate verso lo spazio interno. L’unica navata conservata (la Nord), presenta nel vano centrale un’abside decorata con nicchie inquadrate da colonnine su mensole, anticamente ospitanti statue. La basilica, edificata da Massenzio (306-312) nel 308, fu terminata, con alcune modifiche, da Costantino (306-337), che ne modificò l’orientamento, aprendo verso sud un grandioso ingresso costituito da un portico di quattro grandi colonne di porfido, preceduto da una scalinata che superava il dislivello tra la Via Sacra e la Velia. Proveniente dalla navata interna, una colonna corinzia si conserva oggi in piazza di S. Maria Maggiore. L’intervento costantiniano venne caratterizzato dalla posa, in una delle absidi, di una statua colossale dell’imperatore i cui poderosi frammenti sono oggi visibili nel cortile del Palazzo dei Conservatori al Campidoglio. Se ne ammira una ricostruzione nei Giardini Caffarelli.
Le Terme di Costantino. Ultime tra le grandi terme pubbliche imperiali, sorgevano sul Quirinale, fra via XXIV Maggio, via della Consulta e via Nazionale. Iniziate forse nel 315, furono parzialmente danneggiate da un incendio nel 367 d.C. L’ultimo restauro si fa risalire all’età di Teodorico. Si trattava di un complesso dalle dimensioni piuttosto ridotte, rispetto alle grandi terme precedenti, e quindi probabilmente destinato a un'utenza di élite. Orientate Nord-Sud, le terme erano praticamente limitate al solo edificio balneare con pochi annessi e prive dei tradizionali porticati, sostituiti da una semplice area aperta. Da esse provengono le statue dei Dioscuri, oggi base dell’obelisco del Quirinale.
Il cd. Tempio di Minerva Medica. Secondo le più recenti indagini, il monumento va identificato come un’Aula di tipo residenziale di altissimo livello di committenza probabilmente legata a funzioni tricliniari o miste. Collocata a poche decine di metri dalla mostra degli acquedotti Claudio e Aniene nuovo sembrerebbe aver fatto parte del Sessorium costantiniano, nel settore Orientale dell’Esquilino, o più probabilmente degli horti Liciniani relativi alla famiglia di Gallieno. Nei pressi si ha notizia di un omonimo palatium. I bolli laterizi rimandano agli anni di Massenzio e Costantino. La pianta dell’Aula è polilobata: in altre parole, su una base circolare interna si innesta una corona di nicchie semicircolari sporgenti, 4 delle quali originariamente traforate da colonne al fine di creare, al facoltoso ospite, un effetto di trasparenza tra la fitta e regolare opera laterizia delle murature. Marmi colorati movimentavano le pareti interne dell’edificio. La copertura, oggi solo parzialmente conservata era rappresentata da una cupola in opera cementizia di forma emisferica (diametro 25 m, alt. 32), realizzata attraverso l’uso di materiali di alleggerimento sempre più condensati verso l’alto; l’estradosso era a gradoni, mentre l’intradosso – molto ardito – sagomato in dieci spicchi veloidici. Caratteristica degli edifici costantiniani, e questo vale anche per le basiliche cristiane, è la presenza di una serie di grandi finestroni arcuati (con stipiti incavati) per favorire una maggiore illuminazione sulle pareti, Non più membrature architettoniche (capitelli, cornici, colonne) ma rivestimenti piani e policromi. La cupola era rivestita da un mosaico in pasta vitrea.
Tetrapilo detto Arco di Malborghetto sulla via Flaminia (al diciannovesimo chilometro). Si tratta di un arco quadrifronte, simile a quello “di Giano” accanto a s. Giorgio al Velabro, accessibile da tutti e 4 i lati. Era posto all’incrocio della via Flaminia con la via Veientana. Si ritiene perpetui la memoria del luogo dell’accampamento di Costantino poco prima di scontrarsi con Massenzio presso Ponte Milvio. Eusebio di Cesarea, nella sua Vita Constantini, racconta che il figlio di Costanzo Cloro lì avrebbe avuto in sogno un’apparizione: sopra il Sole, in Cielo, gli si sarebbe mostrata una croce luminosa accompagnata dall’Epigrafe: In hoc signo vinces. Si tratta di un tetrapilo, in altre parole di un monumento di forma cubica con una porta su ognuna delle 4 facce.
L’Arco di Costantino. Si ispira alla grande tradizione degli archi trionfali romani: questa volta tuttavia non si celebra il trionfo su una popolazione straniera, ma su altri Romani fratelli. Il monumento è costruito basandosi su un modulo di 24 pedes in alt. = 7,1 metri: questa è l’imponenza delle sei colonne in marmo giallo antico che scandiscono il ritmo dell’arco a tre fornici. Tutti i marmi impiegati sono di riutilizzo: in alcuni casi si tratta di materiali conservati nei magazzini (scolpiti già nel II e III secolo d.C. e mai utilizzati), in altri di elementi decorativi di edifici che potrebbero essere crollati a causa di terremoti. Per rendere l’idea: le colossali statue dei Daci, in pavonazzetto, recano (sul plinto) l’iscrizione ad arcum. Il fenomeno del reimpiego così diffuso non deve far credere che gli imperatori di questa età fossero “vandali”: Costanzo II prima e Giuliano, poi, vietarono con appositi decreti lo spoglio delle decorazioni delle città (Cod. Iust. 8, 10, 7). Il Senato, rivolgendosi a Costantino, tenendo necessariamente conto del fresco Editto di Milano, gli parla con un linguaggio che la cittadinanza potesse capire: a quel tempo i Buoni Imperatori erano considerati Traiano, Adriano e Marco Aurelio. Nel fornice principale sono riutilizzati bassorilievi che testimoniano l’ingresso trionfale di Traiano a Roma: è un’allusione a quanto si era da poco verificato con Costantino. Sopra i fornici laterali e sotto i tondi d’età adrianea si sviluppa il fregio di Costantino che, come avrebbe fatto Apollodoro di Damasco nella Colonna Traiana, racconta: partenza da Milano – assedio di Verona – battaglia di Ponte Milvio – adlocutio (discorso ai propri soldati) e liberalitas (generosità, intesa come distribuzione gratuita di pane). Sopra i tre fornici corrono, pertanto, due film paralleli e concatenati: si passa dagli otto tondi d’età adrianea (con varie scene di caccia) e due costantiniani (sui lati brevi: il Sole rivolto al Colosso-Helios e la Luna su carro) che comunicano, sostanzialmente, i concetti di immortalità e di eternità del potere imperiale al fregio di Costantino, il cui significato è comunicare che il prestigio raggiunto deriva dai grandi modelli del passato (ad es. la scena della Adlocutio ritrae Adriano e Marco Aurelio).
L’Arco del Divo Costantino (313 d.C.). Tetrapilo, detto Arco di Giano. Probabilmente da identificare con l’arcus Divi Constantini di cui parlano le fonti, lo si può oggi ammirare (con una bella illuminazione al tramonto) al centro dell’avvallamento del Velabro, accanto a San Giorgio. Venne costruito come quello di Malborghetto sull’incrocio di due strade. Esso sorge accanto alla Chiesa di s. Giorgio e all’Arco degli Argentari. È il solo esempio di monumento tetrapilo conservato a Roma, accanto all’Arco di Malborghetto. Alto ben 12 metri e largo su ciascun lato 16. Presenta quattro massicci pilastri che sostengono una volta a crociera. Essi sono costruiti in cementizio e rivestiti da blocchi di marmo di reimpiego. Al di sopra doveva presentare un piano attico in laterizi, per errore demolito nel 1830, ed un tetto forse di forma piramidale. Lungo le pareti si aprono numerose nicchie (con copertura a forma di conchiglia) nelle quali erano collocate statue. Dell’apparato ornamentale si conservano quattro figure femminili sulle rispettive chiavi di volta: si riconoscono con sicurezza la dea Roma sul lato orientale e Minerva sul lato settentrionale, mentre l’identificazione delle altre due figure come Giunone e Cerere presenta maggiori incertezze.
Il Sessorio. L’imperatrice Elena, nell’orizzonte di una vasta proprietà dei secondi Flavi, edificata da Settimio Severo (fra il 180 e il 211 d.C.), fa costruire grazie agli architetti di suo figlio un polo residenziale. Già nel 324 aveva fatto restaurare le terme, che oggi si conoscono come Terme eleniane, a Sud di Porta Maggiore. Disegnate da Andrea Palladio e Antonio da Sangallo il giovane, si compongono di un edificio con orientamento Est-Ovest, a pianta non simmetrica. Oggi se ne può ammirare, a pochi passi da Porta Maggiore, la cisterna di alimentazione. L’ingresso, colonnato, era ad Oriente nei pressi della cisterna. Fra il 317 e il 322, l’Augusta commissiona una generale trasformazione del Sessorium. Riutilizzando l’Atrio del complesso severiano (dal verbo sedeo, risiedere), realizza un luogo di culto nel quale, in seguito, verrano traslate le reliquie rinvenute in Palestina. Si ipotizza la presenza di un Battistero; nel Medioevo prenderà il nome di Hierusalem. Un’aula a pianta rettangolare, preceduta da una facciata del tempo di Benedetto XIV Lambertini, dall’inizio del V secolo viene trasformata in chiesa. L’ingresso, che oggi ancora si vede lungo il fianco sinistro (Nord; dall’esterno), viene murato ed uno nuovo (quello attuale) è realizzato ad Ovest. Colpisce, lungo i lati lunghi una serie di 5 ampie finestre, in parte decorate con marmo. Gran parte del lato breve di fondo (orientale) venne demolita per far posto alla grande abside. Sulla destra di quest’ultima si apre la Cappella di S. Elena, di fondazione costantiniana, con un’epigrafe e una statua onorarie a lei dedicata; orna l’ambiente un mosaico rinascimentale (Gesù benedicente) rifacimento di un originale di Valentiniano III, forse coperto. L’articolazione dell’originaria aula severiana in 3 navate, mediante 2 file di 6 colonne disposte per assi longitudinali, sembra risalire ai tempi di Lucio II. Sotto il pavimento della cappella di s. Elena sarebbe stata sparsa la terra del Calvario. Disegna il paesaggio uno splendido campanile romanico attribuibile a papa Lucio II.
La Chiesa di S. Lorenzo fuori le Mura. Sorge lungo la via Tiburtina, un tempo preceduta da un lungo portico per proteggere i pellegrini, la Basilica dedicata a San Lorenzo.
Ancora nel XIII secolo era conosciuta come Laurentiopolis in quanto sembrava un’abbazia vera e propria: mura di cinta, torre di avvistamento, due basiliche una delle quali trasformata in presbiterio, biblioteca greca e latina e monastero. Ma andiamo con ordine. Il nostro s. Lorenzo, diacono, intorno al 258 venne ucciso insieme a papa Sisto II (la Depositio martyrum dà il giorno del 10 agosto per la sepoltura del primo); i due sono venerati in una Cripta, collocata in un terreno di cui era proprietaria Ciriaca. Nel medesimo cimitero trovò posto anche un centurione: Ippolito. Sono principalmente tre i nuclei cultuali della Città di San Lorenzo (Laurenziopoli): una Basilica maior, una Basilica pelagiana (minor) e una Basilica onoriana. Secondo il Liber Pontificalis, Costantino monumentalizzò, con scale di afflusso e deflusso e arredi d’argento la tomba del martire e, inoltre, fece costruire una Basilica circiforme detta maior (come sulla via Labicana presso la Catacomba di Pietro e Marcellino, sulla Nomentana al fianco di S. Agnese e sulla via Ardeatina). Essa, per distinguerla dalla minor, aveva ingresso ad Est e abside sotto l’ingresso attuale del cimitero Verano; 5 entrate s’aprivano nel lato rettilineo ad Oriente. Nella maior, scandita da colonne all’interno poi spostate nella basilica duecentesca che oggi conosciamo (onoriana), erano collocate sepolture consentite dalla casa imperiale perché il luogo era di particolare significato. L’ultimo a commissionare restauri è stato il papa Adriano I (772-795); la dedicò alla Madonna. Pelagio II (579-590) monumentalizzò la Cripta costantiniana trasformandola in chiesa (minor). Una particolarità: l’aula era affiancata, in parte lo è ancora da una collina (detta “Pincetto”). Gli architetti del papa tagliarono buona parte delle pendici ottenendo un luogo di preghiera a pianta rettangolare; l’abside (se ne scorge una piccola parte a destra dell’altare) si apriva ad Ovest, mentre l’ingresso era ad Est. Sull’arco trionfale un bel mosaico del VI secolo rappresenta Gesù fra S. Pietro e S. Paolo e ancora, procedendo verso l’esterno, S. Lorenzo con Pelagio II che sostiene un modellino della chiesa (a sinistra) e S. Stefano con S. Ippolito (a destra). Betlemme e Gerusalemme rappresentano, simbolicamente, l’antico e il nuovo Testamento. L’epigrafe commemorativa così recita: Marturium flammis olim lev(i) vita subisti / iure tuis templis Lux Beneranda (!) redit.
La chiesa di papa Pelagio è scandita in tre navate grazie a due file di colonne, prese forse dalla villa di Lucio Vero, con splendidi capitelli corinzi del II secolo. Un maestoso matroneo d’ispirazione bizantina, cui si accedeva direttamente dalla collina, copre le due navatelle. La cripta, costantiniana, si apre tuttora sul pavimento, protetta da una sopraelevazione costruita nel Duecento al momento delle trasformazioni di Onorio III. Dove in origine era l’ingresso (ad Oriente, come per la Basilica maior) oggi sorge una splendida cappella, con mosaici ispirati ai capolavori ravennati, per la sepoltura di papa Pio IX. Di Virginio Vespignani sono i restauri adiacenti. Così come riscontrato nella Basilica di s. Paolo, Onorio III (1216-1227), demolendo l’abside del VI secolo, fece costruire un’aula più capiente, adeguata all’accresciuto flusso di fedeli: ruotò di 180 gradi l’orientamento del luogo di culto. Questo monumento, nel quale facciamo ingresso venendo da Ovest, presenta pregevoli affreschi duecenteschi nel nartece che raccontano la vita di Lorenzo. La basilica attuale, suddivisa in tre navate, conserva – nonostante le tristi vicende novecentesche – un bel pavimento cosmatesco e gli amboni. Da segnalare quello “del vangelo”: sul pulpito si staglia un’aquila nel gesto di stringere tra i suoi artigli un leone.
Benché non attribuibile ad un preciso programma edilizio imperiale, la Basilica di S. Maria in Trastevere va visitata per la sua eccezionale antichità e bellezza artistica. Sul sito ufficiale della chiesa, è oggi possibile muoversi tridimensionalmente grazie ad un tour virtuale (https://www.santamariaintrastevere.it/) di eccezionale bellezza. La scelta del luogo ha un’origine molto antica. Nell’anno 38 a.C., riferisce San Girolamo nel Chronicon, sarebbe sgorgata una sorgente di petrolio dal terreno (va ricordato che questo è un periodo di premonizioni; basti ricordare il puer della IV Ecloga di Virgilio). Su questo luogo sorse, poi, una taberna meritoria, in altre parole una sorta di ospizio per soldati in pensione. La crescente comunità cristiana di Roma, negli anni di Alessandro Severo (222-235), che mai perseguitò la nuova religione, chiese di poter utilizzare come luogo di preghiera quest’ambiente. L’imperatore, stando alla Historia Augusta, avrebbe acconsentito spiegando che “un luogo di culto comunque valesse meglio di una bettola”. La basilica che possiamo vedere oggi risale a papa Innocenzo II (1130-1143), tuttavia essa si imposta su una precedente voluta da Giulio I (337-352): Siamo negli anni dell’imperatore Costanzo II, figlio di Costantino. Sulla base delle poche informazioni archeologiche, essa si articolava in tre navate, di cui quella centrale conclusa da un’abside; due file di 10 colonne scandivano gli spazi.
Una evoluzione storica simile ebbe la Basilica di S. Marco evangelista a Piazza Venezia. Si tratta di una delle più antiche chiese romane; sorse nel centro della città imperiale. Siamo a poche decine di metri dalla via Lata (o Flaminia), ricalcata dalla attuale via del Corso. Prestava servizio in questo titulus un certo “lettore”, che probabilmente abitava nel vicus Pallacinae cui accenna Cicerone nell’orazione pro Roscio Amerino (capitolo 132). Secondo la tradizione, alle pendici del Campidoglio visse l’Evangelista Marco, venuto a Roma con san Pietro: in quei luoghi avrebbe fondato un oratorio. Successivamente il papa Marco (337-340) trasformò l’originario oratorio in basilica, non appena cessarono le persecuzioni contro i cristiani, con il contributo dei doni avuti da Costantino. Della basilica originaria, sostituita da quella più grande di Gregorio IV (827-844), che con mosaico absidale originario e abbellimenti barocchi oggi ammiriamo, restano un pavimento in opus sectile, alcune colonne e parte dei muri perimetrali. Il primitivo luogo di culto doveva essere molto povero; forse solo un’aula a pianta rettangolare priva di suddivisione interna. Relativo ad una seconda fase edilizia è un Battistero costruito nei pressi del portico rinascimentale.
La Basilica di papa Marco sulla via Ardeatina. Nota dal Liber Pontificalis come una delle due realizzazioni del pontefice Marco (insieme alla chiesa sulla via Lata), sulla collina delle Catacombe di s. Callisto è stata riportata alla luce uno dei complessi circiformi d’età costantiniana. Siamo intorno all’anno 336. Papa Marco (scelse il nome ispirandosi all’Evangelista) la volle creare un’area cimiteriale di rispetto e preghiera al fianco della piccola basilica e della Catacomba di Balbina. Quest’ultima, come segnala la Depositio episcoporum, era la proprietaria del terreno. Nella basilica, che è stata scavata nel corso degli ultimi 30 anni sulla destra della salita verso s. Callisto, è stata ritrovata la sepoltura (originaria) di Marco, più altre 2500 fra formae, loculi e sepolture familiari a più piani ipogei. Sulle lastre di chiusura era dipinto l’epitafio. Quattro mausolei sono stati studiati lungo il fianco sinistro della basilica.
La Basilica di s. Sebastiano sull’Appia. Meglio conosciuta con il titolo di Basilica Apostolorum, sorse su commissione di Costantino (poi conclusa negli anni di Costanzo II e Giuliano), al III miglio della regina viarum per commemorare le spoglie degli Apostoli Pietro e Paolo che qui sostarono. Il luogo della Memoria, che oggi possiamo contemplare nella “Triclia”, posta sotto la navata maggiore, si sviluppò per dare ospizio sicuro ai resti di Pietro e Paolo durante la persecuzione di Valeriano; siamo nel 258. Le norme di questo imperatore vietavano alle comunità cristiane di radunarsi per celebrare il proprio culto anche nei “cosiddetti cimiteri”. Dal che sembra potersi dedurre che le cave di pozzolana (“presso le cavità”) sulla via Appia giuridicamente non fossero considerate cimitero cristiano. Le fonti storiche che attestano, qui, la sepoltura, provvisoria, di Pietro e Paolo sono: la Depositio martyrum e il Martyrologium Hieronimianum, rispettivamente del 336 d.C. e degli inizi del V secolo. La chiesa, a poche centinaia di metri da via delle Sette Chiese, riceverà il nome di s. Sebastiano solo nell’età medievale. La basilica è di quelle “a deambulatorio” o “circiformi”. Entrambe le denominazioni si legano alla funzione del luogo: di sepoltura e preghiera in prossimità di uno o più santi. Il deambulatorio poteva servire per i cortei funebri, per lo svolgimento dei banchetti, per usufruire di uno spazio aggiuntivo dietro l’abside. Si potrebbe parlare (come nel rescritto di Valentiniano II, Teodosio ed Arcadio che spiega il restauro di s. Paolo) di elaborare un modello logistico pro studio devotionis. L’accostamento, figurato, alla pianta del circo è dovuto alla facoltà di girare tutt’intorno a un punto di riferimento: non a caso chiamato “Meta”. La basilica, come si apprezza nel bel percorso museale, era a tre navate, con un nartece e un atrio tra l’ingresso e l’Appia.
La Basilica per i santi Pietro e Marcellino e il Mausoleo di Sant’Elena. Una estesa e produttiva villa imperiale, denominata ad duas lauros, sorgeva a cavallo del III miglio della via Labicana (oggi Casilina). Ne era proprietaria, agli inizi del IV secolo, Helena Augusta. La villa doveva comprendere una notevole pars fructuaria, fra vigneti e uliveti. Il mausoleo, progettato per ospitare le spoglie di Costantino (poi sepolto come abbiamo visto a Costantinopoli), è uno dei più importanti complessi architettonici della Roma paleocristiana del IV secolo: lo si fa risalire (grazie ad una moneta) al 324 d.C. L’edificio a pianta circolare prevede due tamburi cilindrici sovrapposti, il superiore con diametro minore, originariamente protetti da una copertura a cupola. La circonferenza interna è movimentata da 8 nicchie, alternativamente a pianta semicircolare e rettangolare. Dal punto di vista ornamentale, le pareti interne erano rivestite di marmo, mentre l’intradosso della cupola a mosaico. Vi si accedeva da Sud, cioè dalla Casilina. Il bellissimo sarcofago di Elena, in porfido rosso, è oggi conservato ai Musei Vaticani. Il toponimo Tor Pignattara si deve all’accorgimento ingegneristico di murare alle reni della cupola anfore vuote, con l’obiettivo di alleggerirne il carico. Sul retro del monumento, l’imperatore volle, anche qui, una basilica circiforme per onorare i santi Pietro e Marcellino (rispettivamente, presbitero e esorcista).
La Basilica anonima della Villa dei Gordiani. Si conservano alcuni resti, sul fianco orientale del Mausoleo della Villa degli imperatori Gordiani sulla via Prenestina, di una basilica circiforme del IV secolo. Alla luce delle conoscenze attuali non si può stabilire in relazione a quale sepoltura sia stata realizzata. Della basilica rimangono alcuni pilastri con archi soprastanti in opera vittata, costituita da mattoni e blocchetti di tufo, e il muro perimetrale che disegna una pianta lunga circa 67 metri con la facciata rivolta ad est e leggermente obliqua rispetto all’asse principale.
S. Paolo fuori le Mura. Come per la Basilica di s. Pietro, l’imperatore Costantino volle proteggere e rimarcare la tomba dell’Apostolo con un tropaion, a cura del presbitero Gaio. Il monumento, estremamente più piccolo dell’attuale, si apriva sulla via Ostiense, con abside ad Ovest; risale agli anni 314-335. Pochi anni dopo Valentiniano III, Teodosio ed Arcadio rifecero totalmente l’aula, ruotandola di 180 gradi. La ragione di ciò è in un rescritto imperiale: per garantire all’accresciuta comunità cristiana la contemplazione della sepoltura dell’Apostolo, per fornire una decorazione più consona e per venire incontro (anche dal punto di vista logistico) alle esigenze devozionali. La basilica, così come noi la vediamo nonostante il rifacimento ottocentesco, fu ultimata negli anni di Onorio (395-402/3). Lo splendido mosaico sull’arco trionfale è stato realizzato da Leone Magno, tra il 440 ed il 461, su commissione di Galla Placidia figlia di Teodosio.
Per saperne di più:
Ammiano Marcellino, Le storie, Novara 2013.
Eusebio di Cesarea (in Palestina): Preparazione evangelica e Storia ecclesiastica (dalle origini a Costantino).
Lattanzio (retore africano, precettore dei figli di Costantino): Divinae institutiones (nelle quali si cerca di dimostrare l’ontologica predominanza del monoteismo sul politeismo), De opificio Dei (sulla provvidenza), De ira Dei (in contrasto con epicurei e stoici) e De mortibus persecutorum (di particolare importanza, giacché dimostra una certa familiarità dell’autore con gli archivi imperiali).
M.R. Barbera, Costantino. 313 d.C., catalogo della Mostra (Mondadori), Milano 2013.
O. Brandt, L’Oratorio della Santa Croce, in Mélanges de L’École Francaise de Rome, 116, 2004, pp. 79-93 (disponibile on line: sull’Oratorio distrutto del Battistero lateranense).
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A. Carandini, P. Carafa (a cura di), Atlante di Roma antica, 1-2, Milano 2012.
F.E. Consolino, Elena. De stercore ad regnum, in: Costantino I. Enciclopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313, Treccani, Roma 2013, pp. 117-131.
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Enciclopedia Costantiniana della Treccani, in varie voci, disponibile anche on line;
https://www.basilicasanlorenzofuorilemura.it/services/storia/
Una riflessione del prof. Alessandro Barbero:
https://www.youtube.com/watch?v=Mu2o8amNew0




